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Eritrea 1940

Le due madri all’Asmara

 

Occhi secchi, vitrei

scavati, immobili verso nulla,

di neonato senza latte.

troppo inerti per chiudersi,

Raro il respiro.

Afono vagito morente.

 

Palpebre coronate di mosche,

su putenti lacrime saniose.

Ancora mi incombete,

improvvise a lampi m’apparite,

nel sogno… nelle tristezze,

a gelare, a interrompere pensieri,

dopo quasi un secolo alienato

da schizoide sfrontato spreco,

 

Cranio rigato nudo, scheletrito,

coperto di pelle incollata.

Un lungo ombelico sporge

rosso brunito dall’addome rigonfio.

Gli arti stecchi senza foglie. 

Mani, piccoli fiori avvizziti cadenti.

 

 La Madre, per fame e per sete,

giace accasciata dispnoica.

Con fioca nenia cantilenante,

porge secche pallide labbra

troppo corte ormai per coprire

i giovani bianchi denti eritrei.

“Meschin…”. Quasi non sento.

"Meschin...". E porge il figlio.

 

 Aperta sta la bocca oscura.

La lingua, incollata, non sillaba,

di la dai denti soffianti

non esce suono di voce,

ma affannato sospiro parlante.

 

 Ero uno scolaro bianco,

mi rode questo antico ricordo.

Tremando non distolsi lo sguardo:

“Mamma", piansi …"Lui ha due pipì”.

“Non guardare", disse mia madre",

anche a lei la voce fu un soffio.

Aveva, come tutti all’Asmara,

girato lo sguardo dolente altrove.

 

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 11/08/2015 alle ore 21:32


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