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Storia della Filosofia Occidentale
e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall' antichità ad oggi

Betrand Russell1

INIZIO SECONDA PARTE

Introduzione

Le concezioni del mondo e della vita che chiamiamo ``filosofiche'' sono il prodotto di due fattori: uno inerente alle condizioni religiose ed etiche; l'altro a quel genere di ricerche che si può chiamare ``scientifico'', usando questa parola nel senso più largo. I filosofi differiscono largamente l'uno dall'altro per il grado di maggiore o minore influenza che questi due fattori hanno nel loro sistema, ma è la presenza di entrambi in un grado qualsiasi che caratterizza la filosofia. ``Filosofia'' è una parola che è stata usata in molti sensi, alcuni più ampi, altri più ristretti. Io propongo di usarla in un senso molto largo, che ora cercherò di spiegare. La filosofia, nel senso in cui io intenderò la parola, è qualcosa di mezzo tra la teologia e la scienza. Come la teologia, si fonda su speculazioni che non hanno finora portato a conoscenza definite; come la scienza, si appella alla ragione umana piuttosto che alla autorità, sia quella della tradizione che quella della rivelazione; tutte le nozioni definite, direi, appartengono alla scienza; tutto il dogma, cioè quanto supera le nozioni definite, appartiene alla teologia. Ma tra la teologia e la scienza esiste una Terra di Nessuno, esposta agli attacchi di entrambe le parti; questa Terra di Nessuno è la filosofia. Quasi tutte le questioni di maggior interesse per le menti speculative sono tali che la scienza non può rispondervi, e le fiduciose risposte dei teologi non sembrano più tanto convincenti come nei secoli precedenti. Il mondo è diviso in spirito e materia, e, se lo è, che cos'è lo spirito e che cos'è la materia? Lo spirito è soggetto alla materia o è investito di poteri indipendenti? L'universo ha un'unità di scopi? Sta evolvendo verso qualche mèta? Vi sono realmente leggi di natura, o noi crediamo in esse soltanto per il nostro innato amore dell'ordine? L'uomo è ciò che appare all'astronomo, una minuscola massa di carbone impuro e di acqua, che striscia impotente su un piccolo ed insignificante pianeta? Oppure è ciò che appare ad Amleto? Forse entrambe le cose insieme? Esiste un modo di vivere nobile ed un altro abbietto, o tutti i modi di vivere sono semplicemente futili? Se esiste un modo di vivere nobile, in che cosa consiste e come possiamo raggiungerIo? Il bene deve essere eterno per meritare che gli si dia un valore o vaI la pena di cercarlo anche se l'universo cammina inesorabilmente verso la morte? Esiste qualcosa come la saggezza, o quella che sembra tale è soltanto lo stadio perfetto della follia? A tali domande non si può trovare nessuna risposta in laboratorio. Le teologie hanno preteso di dare delle risposte, tutte troppo definitive, e la loro stessa definitezza fa sí che le menti moderne guardino ad esse con sospetto. Lo studio di questi problemi, se non la loro soluzione, è compito della filosofia. Perché, si chiederà allora, perder tempo su tali insolubili problemi? A questo si può rispondere o come storici o come individui posti di fronte al terrore della solitudine cosmica. La risposta dello storico, nei limiti della mia capacità, apparirà nel corso di quest'opera. Da quando gli uomini divennero capaci di libero pensiero, le loro azioni, sotto innumerevoli aspetti, sono dipese dalle loro teorie sul mondo e sulla vita umana, su ciò che è bene e ciò che è male. Questo è vero tanto al giorno d'oggi quanto ai tempi antichi. Per capire un'epoca o una nazione dobbiamo noi stessi essere in un certo senso filosofi. Qui c'è una reciproca causalità: le condizioni di vita degli uomini inflùiscono molto sulla loro filosofia, ma d'altra parte la loro filosofia influisce molto sulle loro condizioni. Questa interazione, attraverso i secoli, sarà argomento delle seguenti pagine. C'è anche però una risposta più personale. La scienza ci dice ciò che possiamo sapere, ma ciò che possiamo sapere è poco, e se dimentichiamo quanto non possiamo sapere diventiamo insensibili a molte cose di grandissima importanza. La teologia, d'altra parte, porta alla fede dogmatica, alla convinzione che si sappia ciò che in realtà si ignora, generando cosi una sorta di insolenza nei riguardi dell'universo. L'incertezza tra la speranza ed il timore è penosa, ma deve essere sopportata se desideriamo vivere senza ricorrere a favole belle e confortanti. Non è bene né dimenticare le domande che la filosofia pone né persuaderci di aver trovato incontrovertibili risposte. Insegnare a vivere senza la certezza e tuttavia senza essere paralizzati dall'esitazione è forse la funzione principale cui la filosofia può ancora assolvere, nel nostro tempo, per chi la studia. La filosofia, in quanto distinta dalla teologia, sorse in Grecia nel VI secolo a.C. Dopo la sua fase di fioritura nell'antichità, fu di nuovo sommersa dalla teologia quando il Cristianesimo sorse e Roma decadde. Il suo secondo grande periodo, dall'XI al XIV secolo, fu dominato dalla chiesa cattolica, a parte pochi grandi ribelli come l'imperatore Federico II (1194-1250). Questo periodo ebbe termine coi sovvertimenti che culminarono nella Riforma. Il terzo periodo, dal XVII secolo ad oggi, è dominato più di ogni altro dalla scienza; le tradizionali convinzioni religiose conservano la loro importanza, ma è diffusa la percezione che hanno bisogno di giustificazione e vengono modificate ogniqualvolta la scienza lo renda indispensabile. Pochi filosofi di questo periodo sono ortodossi da un punto di vista cattolico, e lo Stato secolare ha maggior peso nelle loro speculazioni che non la Chiesa. La coesione sociale e la libertà individuale, come la religione e la scienza, sono in uno stato di conflitto e di arduo compromesso per l'intero periodo. In Grecia la coesione sociale era assicurata dalla fedeltà alla città-stato; perfino Aristotele, benché al suo tempo Alessandro avesse fatto declinare la città-stato, non poteva scorgere pregio alcuno in qualsiasi altro tipo di costituzione. Il grado in cui la libertà dell'individuo era limitata dal suo dovere verso la città variava abbondantemente. A Sparta in quel tempo si aveva la libertà che si ha oggi in URSS2; ad Atene, malgrado occasionali persecuzioni, i cittadini godevano nel periodo migliore di una straordinaria libertà dalle restrizioni imposte dallo Stato. Il pensiero greco, fino ad Aristotele, è dominato dalla devozione religiosa e patriottica alla città; i suoi sistemi etici sono adatti alla vita dei cittadini ed hanno un gran peso politico. Quando i greci furono assoggettati prima ai macedoni e poi ai romani, tali concezioni, adatte ai giorni della loro indipendenza, non furono più applicabi1i. Ciò produsse da una parte un indebolimento a causa della frattura nella tradizione, e dall'altra parte un'etica più individuale e meno sociale. Gli stoici pensavano alla vita virtuosa come ad una relazione dell'animo con Dio piuttosto che a una relazione del cittadino con lo Stato. Essi così preparavano la via al Cristianesimo che, come lo Stoicismo, era originariamente apolitico, dato che durante i primi tre secoli i suoi adepti erano tenuti lontani dalla partecipazione al governo. La coesione sociale, durante i sei secoli e mezzo da Alessandro a Costantino, era assicurata non dalla filosofia e non dalla originaria fedeltà, ma dalla forza, prima quella delle armi e poi quella dell'amministrazione civile. Gli eserciti romani, le strade romane, la legge romana, i funzionari romani prima crearono e poi conservarono un potente Stato centralizzato. Niente di tutto ciò poteva attribuirsi alla "filosofia romana, dato che non esisteva. Durante questo lungo periodo, le idee greche ereditate dall'epoca della libertà subirono un graduale processo di trasformazione. Alcune delle vecchie idee, principalmente quelle che potremmo considerare come specificamente. religiose, crebbero relativamente d'importanza; le altre, più razionalistiche, furono scartate perché non corrispondevano allo spirito del tempo. In questa maniera gli ultimi pagani adattarono la tradizione greca, finché divenne possibile incorporarla nella dottrina cristiana. Il Cristianesimo diffuse un'importante teoria, già implicita nell'insegnamento degli stoici, ma estranea in genere allo spirito dell'antichità: voglio dire la teoria che il dovere di un uomo verso Dio sia più categorico del suo dovere verso lo Stato. Questa teoria (che ``noi dobbiamo obbedire a Dio prima che all'uomo'', come dicevano Socrate e gli Apostoli3) sopravvisse alla conversione di Costantino, perché ì primi imperatori cristiani erano ariani o inclini all'arianesimo. Nell'Impero bizantino rimase latente, come nel successivo Impero russo che derivò il suo cristianesimo da Costantinopoli4. Ma nell'Occidente, dove gli imperatori cattolici furono quasi immediatamente sopraffatti (eccetto che in parte della Gallia) da eretici conquistatori barbari, la superiorità dell'obbedienza religiosa su quella politica sopravvisse ed entro certi limiti sopravvive ancora. L'invasione barbarica pose fine per sei secoli alla civiltà dell'Europa occidentale. Questa durò ancora in Irlanda, finché i danesi la distrussero nel IX secolo; prima della sua estinzione fiorì però una ragguardevole figura, Scoto Eriugena. Nell'Impero d'Oriente, la civiltà greca, in una forma mummificata, sopravvisse, come in un museo, fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453, ma nulla di importante per il mondo venne da Costantinopoli, eccetto una tradizione artistica e i codici giustinianei della legge romana. Durante il periodo di oscurità che va dalla fine del V secolo alla metà dell'XI, il mondo romano occidentale subì alcuni interessantissimi cambiamenti. Il conflitto tra il dovere verso Dio ed il dovere verso lo Stato, che il Cristianesimo aveva introdotto, prese la forma di un conflitto tra la Chiesa ed il re. La giurisdizione ecclesiastica del Papa si estese sopra l'Italia, la Francia, la Spagna, la Gran Bretagna e l'Irlanda, la Germania, la Scandinavia e la Polonia. Al principio, eccetto l'Italia e la Francia meridionale, il suo controllo sui vescovi e sugli abati era molto tenue, ma dal tempo di Gregorio VII (fine dell'XI secolo) divenne reale ed effettivo. Da allora in poi il clero, in tutta l'Europa occidentale, formò un'unica organizzazione diretta da Roma che aspirava al potere con intelligenza e decisione e di solito anche con successo, fino a dopo il 1300, nei suoi conflitti con i regimi secolari. Il conflitto tra Chiesa e Stato non era soltanto un conflitto tra clero e laicità. Era anche un rinnovarsi del conflitto tra il mondo mediterraneo e la barbarie nordica. L'unità della Chiesa riproduceva l'unità dell'Impero romano; la sua liturgia era latina ed i suoi capi erano per la maggior parte italiani, spagnoli o francesi del sud. La loro educazione, quando l'educazione rinacque, era classica, le loro concezioni intorno alla legge sarebbero state più comprensibili a Marco Aurelio che non ai monarchi del tempo. La Chiesa rappresentava allo stesso tempo la continuità col passato e ciò che esisteva di più civile nel presente. Viceversa il potere secolare era nelle mani di re e di baroni di discendenza teutonica, che. si sforzavano di conservare quanto potevano delle istituzioni che avevano portato con sé dalle foreste della Germania. Era estraneo a quelle istituzioni il potere assoluto, non meno di quella che, ai rudi conquistatori, appariva come una legalità grigia e senza vita. Il re doveva dividere il suo potere con l'aristocrazia feudale e tutti si credevano autorizzati ad occasionali scoppi di passione sotto forma di guerre, assassini, saccheggi e rapine. Ai monarchi era lecito pentirsi, perché essi erano sinceramente pii e, dopo tutto, il pentimento stesso era una forma di passione. Ma la Chiesa non poteva mai ottenere da loro quella regolarità di buon comportamento che un moderno padrone richiede, e di solito ottiene, dai suoi impiegati. Che significato avrebbe avuto l'abitudine di conquistare il mondo, se poi non potevano bere, uccidere ed amare secondo che l'animo li muovesse? E perché, con i loro eserciti e con i loro gloriosi cavalieri, avrebbero dovuto sottomettersi agli ordini di uomini eruditi, votati al celibato e privi di forza armata? A dispetto della disapprovazione ecclesiastica, mantennero il duello ed il giudizio delle armi e svilupparono i tornei e gli amori di corte. All'occasione, in un impeto di rabbia, non avrebbero esitato ad uccidere persino degli eminenti ecclesiastici. Tutta la forza delle armi era dalla parte dei re, e tuttavia la Chiesa. vinse. La Chiesa vinse in parte perché deteneva il monopolio della istruzione, in parte perché i re erano continuamente in guerra l'uno con l'altro, ma principalmente perché, con pochissime eccezioni, governanti e popolo credevano altrettanto profondamente che la Chiesa ``possedesse il potere delle chiavi''. La Chiesa poteva decidere se uno dovesse trascorrere l'eternità in paradiso o all'inferno; la Chiesa poteva sciogliere i suoi soggetti dall'obbligo dell'obbedienza e spingerli cosi alla ribellione. La Chiesa inoltre rappresentava l'ordine in luogo dell'anarchia, e conseguentemente guadagnò l'appoggio della nascente classe mercantile. In Italia, specialmente, quest'ultima considerazione fu decisiva. L'aspirazione teutonica a conservare almeno una parziale indipendenza dalla Chiesa si manifestò non soltanto nella politica, ma anche nell'arte, nella letteratura, nella cavalleria e nella guerra. Si manifestò molto poco nel mondo intellettuale perché l'educazione era quasi completamente ristretta al clero.

FINE SECONDA PARTE

(segue terza)



Footnotes

... Russell1
Traduzione di Luca Pavolini
... URSS2
Nel 1946, nota del curatore
... Apostoli3
Tale teoria non era sconosciuta nei tempi antichi. È asserita, per esempio, nell'Antigone di Sofocle. Ma prima degli stoici erano pochi quelli che la professavano.
... Costantinopoli4
Ecco perché il cittadino sovietico moderno non pensa che si debba obbedire al materialismo dialettico piuttosto che al partito.



Flavio Sartoretto 2006-06-04

Articolo inviato Delogu L. il giorno 07/06/2006 alle ore 00:24


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