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L ‘ I p o c r i s i a  e  d i n t o r n i

 

Piccolo saggio di logorrea malevola

 

di

 

Rolando Zattara

 

Perché parlare ancora dell’ipocrisia, quando questo è stato uno degli argo-menti preferiti dagli uomini di cultura e di fede degli ultimi 2000 e più anni?

E correre quindi il rischio di ripetere in forma più sciatta di altri, dall’eloquio più brillante ed esercitato, concetti che probabilmente sono vecchi quasi quanto l’uomo? E farsi tacciare di protagonismo (da qualche benevolo) o di megalomania e presunzione (dai più)?

Intanto non dimentichiamo l’adagio, che ci viene dai nostri antichi, secondo il quale: “Repetita (res) iuvant!”

E’ necessario peraltro ricordare che ciascuno di noi, quando viene al mondo, è perfettamente ignorante, come un dischetto da computer ancora incellofanato.

Anche quando con l’esperienza ed una sufficiente età ci si rende conto di doversi confrontare con l’ipocrisia sociale diffusa e si sente la necessità di appro-fondire l’argomento, non è né facile, né automatico trovare fonti opportune per migliorare le proprie conoscenze in merito.

Bisogna poi aggiungere che l’ipocrisia si manifesta in forme sempre nuove, perciò in ogni caso vi è un’oggettiva necessità d’aggiornamento sull’argomento.

Certo, non m’illudo più di tanto sui possibili risultati di questo mio sforzo verbale, rispettoso come sono della concezione naturale della vita che prevede fra i suoi precetti, o canoni che dir si voglia, anche una sana rassegnazione agli eventi...

Se non altro mi sarò sfogato per bene e, poiché mi sento in buona fede, spero che chi mi ascolta non si senta preso in giro e non mi serbi rancore.

Partiamo dal significato della parola ipocrisia: ”Simulazione affettata di nobili sentimenti, di buone qualità, di lodevoli intenzioni e simili” si legge in uno dei tanti dizionari della lingua italiana.

Colpisce, nella definizione riportata, l’inserimento dell’aggettivo qualificativo “affettata”, che non deve assolutamente trarre in inganno.

Non si tratta di una simulazione a fette, così come suggerirebbe uno dei possibili significati dell’aggettivo in questione. Un procedimento in altre parole nel quale si propinerebbero delle menzogne poco per volta, a fette appunto. Oppure per gradi successivi, come nel caso del prete, che storicamente ha sviluppato un’abilità quasi artistica nel modificare, passo dopo passo, documenti e tesi d’ogni genere, naturalmente “pro domo sua”.

Loro per la verità si schermiscono e parlano modestamente d’interpretazioni autentiche, grazie anche al dogma dell’infallibilità del Papa...

E’ più probabile se non sicuro che si tratti di una finzione leziosa, ricercata nei gesti, come sembra suggerire ancora il dizionario, dando un altro significato del solito aggettivo. Quasi un’elegante bugia, qualcosa di esteticamente valido quindi, con un ché di bello, di artistico (?).

Una conferma esemplificativa? Si può trovare subito leggendo il capitolo XIX dei Promessi Sposi, nel quale l’autore, Alessandro Manzoni, tratteggia da par suo il personaggio del conte Attilio, il famoso Conte zio, trasformandone la spudo-rata ipocrisia in fatto superbamente artistico.

Tralascio per il momento di parlare dei “nobili sentimenti” ai quali sarà necessario dedicare uno sforzo più copioso in seguito, vista l’importanza e la molteplicità di essi sentimenti, nobili appunto.

Accontentiamoci per il momento delle “buone qualità”!

Il percorso si presenta subito in salita, perché è difficile criticare chi simula una buona qualità, ma è anche più arduo riuscire a smascherarlo. Infatti, dato il rischio che potrebbe correre, se fosse scoperto, l’ipocrita si preparerà il meglio possibile per ottenere il risultato che si aspetta.

Di solito si tratta di uno scopo importante e non necessariamente criminale: diventare un politico di professione, tanto per fare il caso più banale.

Il politico deve essere persona con tante buone qualità, altrimenti non si spiegherebbe come possa occuparsi oggi di case popolari, domani d’ambiente, posdomani di sanità, poi ancora di finanza, ecc....

Non ce la farebbe neanche un tuttologo (bestia rara peraltro),  figuriamoci un militante di un partito, promosso sul campo a volte per meriti di volantinaggio o attacchinaggio (nel senso che è un abile distributore di volantini o bravo ad attaccare i manifesti).

Però tale individuo, se è un po’ ipocrita, un po’ (tanto) ambizioso e riesce a fingere di aver pratica di certe cose, conoscenza di certe altre, attitudine a decidere (o non), insieme a una buona dose di servilismo, atteggiamento anche questo intriso di molta ipocrisia, allora,... allora è fatta: è un vero politico!

Meglio ancora se le sue presunte qualità saranno “rivelate” e strombazzate ai quattro venti da altri appartenenti alla sua categoria “ipocrisiaca”, ad esempio alcuni pennivendoli della stampa che fanno opinione e sono creduti anche quando diffondono notizie di dubbio fondamento.

Andiamo avanti e veniamo alle “lodevoli intenzioni”.

 Sono atteggiamenti occasionali largamente diffusi in tutti i ceti sociali e consistono nel condividere temporaneamente con altri una buona qualità solo per motivi strettamente pratici.

Normalmente i tanti“cultori” di questa forma d’ipocrisia, sono tutto sommato dei “cretini”, gente che subisce il “fascino” delle buone qualità per puro interesse, senza capirne bene il significato.

Al solito un esempio servirà, meglio d’ogni altra considerazione, a chiarire il concetto.

Dunque... i genitori vanno dall’insegnante per sapere come fa a scuola il loro figlio. Durante il colloquio seguono attenti e compunti le giuste(!) osservazioni dell’insegnante, palesando non poca e crescente meraviglia per i supposti sbagli(?) del loro rampollo. Che, trovandosi eventualmente presente al colloquio, si preparerà quasi sempre a sostenere la parte del  “pentito”, pronto a recitare il  “mea culpa” e a diventare, quantomeno a parole, il più bravo e il più buono degli studenti: dall’indomani naturalmente!

 L’incontro  terminerà quindi con l’impegno solenne da parte dei genitori, la soddisfazione del professore e calorose strette di mano fra tutti.

Di solito succede che, appena fuori della scuola, i parenti diano in escande-scenze e mandino senza tanti complimenti a quel paese il “macaco” del docente che “non sa, non capisce niente, non vuole(!) apprezzare l’intelligenza e l’educazione” del loro caro ragazzo ed ha anzi il coraggio di “onfegarlo”. (*)

Alla faccia dell’ipocrisia, ma anche del coraggio delle proprie azioni.

“Di intenzioni lodevoli è lastricato l’Inferno”diceva uno che di ipocrisia e di coraggio se ne intendeva veramente.

Era un profeta e come tutti quelli della sua categoria aveva il vizio di straparlare e minacciar sfracelli: un tipico antenato dei disobbedienti contemporanei e dei pacifisti “a tutto campo e a senso unico”.

Pronto anche a ritrarsi prontamente quando gli conveniva. Messo di fronte al governatore romano, Ponzio Pilato, che gli domandava se era il re dei Giudei, rispondeva saggiamente: “Tu l’hai detto!”. Frase  da intendersi col soggetto spostato in avanti e cioè: “L’hai detto tu!”.

 

(*) Dal verbo onfegare, usato spesso nella lingua veneta ironicamente e che significa sporcare un poco: es. mona che non ti xe altro, ti me gà onfegà la camisa!

Pilato, come ben si sa, non ci cascò e, dopo averlo fatto bastonare di santa ragione per il disturbo che gli aveva arrecato, se ne lavò signorilmente le mani, anche perché non aveva intenzione di occuparsi ulteriormente di quella che in fin dei conti era una delle tante beghe tra Ebrei.

E, a proposito del coraggio dell’ipocrita, una cosa deve esser ben chiara: l’ipocrita appartiene a pieno titolo alla categoria di quelli che “sono deboli con i forti e forti con i deboli”. E’ inoltre un sostenitore a tutti i costi del buon senso di chi comanda, salvo a mutare radicalmente le sue idee non appena il padrone cambi opinione, o cambi e basta!

Qualcuno potrebbe obiettare che non necessariamente la gente dovrebbe essere considerata ipocrita se non se la sente, non dico di contrastare i prepotenti di turno, ma solamente di esprimere con forza quello che pensa veramente.

In fin dei conti potrebbe trattarsi di un po’ di vigliaccheria. Magari è gente che fa parte di quella schiera (probabilmente la maggioranza) di “vigliacchi” che, ancora in un recente passato, aveva l’immenso coraggio di alzarsi presto ogni mattina per andare a lavorare duramente tutto il santo giorno, al solo scopo di mantenersi, mandare avanti la famiglia e sostenere quasi da sola, con senso di forzata respon-sabilità e fatalismo storico, tutto il peso della società.

Con l’unica speranza di riuscire a far sì che i figli avessero migliori opportunità di vita.

E pensare che molti di questi ebbero anche la sventura di vedere i loro ideali delusi e sbeffeggiati, se non peggio, dalla Storia: chiedere in proposito ai comunisti!

Altro che vigliacchi, erano degli eroi! Sicuramente migliori degli eroi dei libri di storia, fanatici che trovarono più comodo proclamarsi coraggiosi e tentare la sorte piuttosto che andare a lavorare.

Per fortuna gli andava quasi sempre male, anche se quei pochi che ebbero successo bastonarono l’umanità così duramente che ce ne ricordiamo ancora.

Qualche nome? Bastano Hitler o Stalin, per parlar dei “laici” o, se preferite qualche prete, quel bravo Ignazio de’Lojola della Compagnia di Gesù, o il buon Khomeini per citare alcuni dei puri e duri?

Per parte mia suggerirei quel gran campione d’ipocrisia che è stato sant’Alfonso de’Liguori, anche se mi piacerebbe salvarlo parzialmente per la bella canzoncina natalizia che sembra abbia composto e che tutti dalle nostre parti conoscono.

Si può affermare, senza tema di smentite, che ha fatto più danni lui negli ultimi duecento anni che cento teste calde alla Garibaldi messe insieme. Non per niente i suoi compagni lo hanno nominato dottore della Chiesa.

Ma è d’uopo tornare, come si suol dire, a bomba, vale a dire ai buoni sentimenti. E ovviamente ai più importanti, a quelli che fanno “trend”, opinione, cominciando dall’ecologismo, un sentire diventato filosofia destinata a trasformare la vita di ciascuno di noi in modo virtuoso.

 Vi sarà quindi un modo ecologistico di mangiare, uno di bere, uno di far politica, sesso, tutto insomma...

E, se non farai come ti dicono i guru dell’ecologia, diventerai un delinquente ambientale, un... nemico della natura e, per estensione, dell’umanità, soprattutto di quella “ecologica”, che con la natura vive in simbiosi...

Provate per curiosità a chiedere a qualcuno di questi signori se hanno il tele-fonino cellulare, se vanno a fare la spesa al supermercato a piedi per non inquinare, ecc. Provate, provate, ne sentirete delle belle... scuse, naturalmente. Risposte dove l’ipocrisia si autogiustificherà, anzi si sprecherà.

Ma veniamo al pacifismo, sì, proprio quello, il pacifismo: pacifico strumento bellico escogitato “pacificamente” da “pacifici” esagitati per pacificare anche chi la pace... l’ha già.

Scherzi a  parte, chi non è pacifista deve essere un guerrafondaio. Diventa perciò un nemico acerrimo col quale guerreggiare paciferocemente,  fino ad arrivare  alla sua pacifica distruzione finale.

Che sarà ovviamente intellettuale, visto che il pacifista non possiede per definizione armi fisiche, ma solo una dose d’ipocrisia tale da consentirgli all’occor-renza di scambiare un subdolo dittatore come il palestinese Arafat, tanto per dirne uno, per un pacifista d’annata: così pacifico, ma così pacifico da meritare addirittura il premio Nobel, per la pace “of course”.

E guai a contraddirlo scientificamente, a ricordargli ad esempio che la natura è governata dal principio dell’entropia...

Potendo contare sull’appoggio ipocrita dei soliti preti e di politici furbi e interessati, il pacifista non sentirà ragioni e non si arresterà finché non sarà riuscito a raggiungere il suo intento, che è quello di creare una pacifica società, dove tutti siano bravi e buoni.

  Altolà! Fermi tutti! Nessun si muova...

 Buono è un termine che non mi piace,  perché mi ricorda la pecora, quel mite animale che vive in gregge e non assume alcuna iniziativa che non sia quella del pastore.

Umanizzato, è l’animale più insulso che esista. “Sei una pecora”, ti dicono per offenderti. “Fatti pecora ed entrerai sicuramente nel regno dei cieli”, ti diranno  altri per fregarti i “schej”! (*)

Mi si perdoni la digressione, ma non ne posso più di coloro che della bontà fanno una bandiera.

Non mi riferisco in particolare ai religiosi, per i quali l’ipocrisia come si sa è sempre stata una bandiera, ma ai cosiddetti buonisti, vale a dire a chi vuole che io diventi buono, in altre parole pecora.

Gente eminentemente ipocrita anche questa, gente che vuole insegnarti ad essere buono secondo canoni e sistemi che solo lei conosce e, se non diventi buono, allora sei cattivo e allora... A questo punto voglio fare una dichiarazione di principio: preferisco essere violento, cattivo, poco ecologico e... leone!

Preferisco oppormi e lottare contro questa triade di categorie culturali intrise d’ipocrisia, che, per molti dei suoi sostenitori, è diventata probabilmente come la Santissima Trinità per i cattolici: un dogma di fede, laico questa volta, cui bisogna credere ciecamente, pena la scomunica sociale.

Queste buone, pacifiche ed ecologiche persone (perché di solito chi è buono, oltre che pacifista, è anche ecologico o viceversa), non si sono accorte che la loro  posizione è profondamente antinaturale e contrasta colla storia dell’uomo e i suoi valori ideali?

Valori come libertà, azione, ricerca culturale, giustizia vindice saranno anche discutibili, ma restano pur sempre stimoli essenziali senza i quali non sono possibili forme di progresso secondo natura. Se qualche volta, con buona pace degli ecologisti di mezza tacca, faremo il passo più lungo della gamba, sarà la natura stessa ad ammonirci, come sta facendo in questi giorni, o a farci subire ritorsioni dagli effetti ben più terribili ed inesorabili di quelli che possono provocare le nostre pur potenti bombette atomiche...

E’ il momento ora di occuparsi di qualche luogo comune, di qualche frase fatta, dove l’ipocrisia scorre a fiumi come il vino buono.

 

(*) Schej in veneto significa soldi, denaro: “ Va in mona ti e i to’ schej”

Le feste nazionali ad esempio: un’occasione più unica che rara, dove la retorica è di casa e la maniera vuota ed ampollosa di parlare, unitamente alla povertà del contenuto, consentono all’ipocrita di sentirsi “veramente sincero”.

Capita allora di sentire qualcuno discorrere speditamente di cose militari non avendo mai visto neanche da lontano una divisa e partecipare impettito, magari col pizzicorino agli occhi, alle sfilate militari delle associazioni d’arma senza aver mai fatto neppure un giorno di “naja”.

Se gli chiedi perché mai non si vergogna è pure capace di offendersi.

Che dire poi degli aiuti al terzo mondo? Un’altra ghiotta occasione che l’ipo-crita, persona fisica od organizzazione umanitaria che sia, non si fa certo scappare, anche perchè spesso c’è da guadagnare e bene.

Si parte dalla necessità di aiutare chi ne ha bisogno, appellandosi anzitutto alla generosità dei singoli. In seguito si cerca di far leva sulla sensibilità  della società civile, perché induca il governo a adoperarsi il meglio che può durante le emergenze che colpiscono spesso l’umanità.

In nome di tale nobile fine si raccolgono letteralmente montagne di denaro e di mezzi d’ogni genere, ben sapendo che la gran parte di tali aiuti sarà impiegata per pagare le iperboliche spese dell’organizzazione e solo in minima parte andrà ad aiutare chi soffre.

Questo quando va bene, perché spesso succede che i mezzi messi a disposi-zione siano destinati  ad altre cause (vedi l’otto per mille del vaticano), oppure semplicemente rubati, come già successo in un recente passato.

“ Lo sport fa bene alla salute!” ... oltre che alle tasche dell’ipocrita, che in questo tipo di “business” annaspa allegramente, infischiandosene cinicamente se un certo tipo d’attività fisica a volte fa più male che bene.

Sia chiaro, non ho niente contro lo sport e lo sportivo; l’importante è che si faccia i fatti suoi e non si atteggi falsamente, come i partecipanti alle Olimpiadi, che si dichiarano ancora dilettanti.

Fra l’altro lo sport non è un ideale; di conseguenza non dovrebbe esistere l’uomo “sportivo”, così come non dovrebbe esserci l’uomo “etico”, ma solo l’uomo “felice”. Lo sport è uno dei mezzi da usare per ottenere altri scopi, tipo una miglior salute e, perché no, anche un’occasione di lavoro.

Vediamo infine un po’ di quelle che potrebbero essere definite come le vette dell’ipocrisia: comportamenti fuorvianti coltivati abilmente dal potere, tollerati se non incoraggiati dal menefreghismo della gente e destinati a limitare il progresso della società democratica.

Tralasciando spiegazioni più dettagliate, eccone qualche esempio da affidare al giudizio imparziale dell’ascoltatore.

“Lavorare meno per lavorare tutti!”: uno slogan ignorante, coniato certamente da chi in vita sua non ha mai lavorato, o forse da un buontempone che credeva di fare una battuta e invece ... gli hanno creduto...

“ A scuola non si fa politica!”: l’uomo è, secondo una nota e riconosciuta definizione, un animale politico, quindi tutta la sua attività è politica, anche quando decide di riprodursi. Non si capisce perché in un momento fra i più importanti della vita, quello dell’apprendimento, non si dovrebbe occupare di politica. L’importante è non fare solo politica!

“Diritto alla privacy”: a parte il vergognoso costume di usare termini esteri, quando la lingua italiana è così ricca lessicalmente, vi è un’ipocrisia di fondo che sfugge, forse per pigrizia, alla maggior parte della gente. Così bisogna firmare ad ogni piè sospinto dichiarazioni d’autorizzazione al cosiddetto trattamento dei dati personali: neanche si trattasse di una cura di bellezza. Col risultato poi che alcune informazioni, anche non necessarie per lo scopo per cui sono state richieste, vengono adoperate per soddisfare altre esigenze (quelle della pubblicità ad es.).

Tutto ciò con  buona pace del cosiddetto garante della privacy, che può anche lui minacciar sfracelli, tanto nessuno gli crede. Per cui succederà che la parola “privacy”, finirà per assumere eufonicamente il significato contrario a quello proprio: da riservatezza diventerà privazione!

“Se vi sono le puttane, la colpa è dei clienti”: è uno slogan frutto della cultura pretesca. Solo un prete, ragionando nel modo contorto che gli è connaturato, può arrivare a partorire un simile teorema e riuscire anche a dimostrarlo coll’aiuto del solito atavico peccato originale. Basta non credergli ed impedirgli civilmente di propagandarlo:

“Con la mia ex moglie (con il mio ex marito) siamo rimasti amici”: è un modo di dire che si ode in continuazione, soprattutto nelle interviste a personaggi noti, con riferimento al loro menage familiare complicato da rappacificazioni, liti, incroci con compagni di lavoro, ecc. Forse non sarà ipocrisia pura al 100%, ma è in ogni caso un’affermazione ad alto contenuto di simulazione e difficilmente digeribile dal buon senso comune.

Specie quando fra i due “amici” vi sono di mezzo uno o più azzeccagarbugli!

Infine un corollario espresso in forma interrogativa ed oggetto continuo di dotte indagini condotte dalle belle esperte mediatiche di turno della televisione nazionale: “ può esistere amicizia fra un uomo ed una donna?”  Ma se qualcuno volesse esercitarsi oltre, propongo così, su due piedi, qualche altro tema del tipo: “Siamo tutti fratelli”, oppure “ uomini e donne hanno gli stessi diritti  o doveri”... e via discorrendo.

E’ arrivato il momento di trarre qualche conclusione dalle considerazioni più o meno logiche sin qui svolte.

Intanto, che l’umanità sia nel suo complesso affetta da ipocrisia, lo si è sempre saputo. Perciò è inutile strapparsi i capelli o battersi più o meno ferocemente il petto. Probabilmente l’ipocrisia fa parte del nostro DNA a pieno titolo, tanto quanto la nostra capacità di imparare. Non è detto che l’ipocrisia sia poi un atteggiamento comportamentale del tutto sbagliato, anzi a volte l’ipocrisia diventa un ottimo mezzo di difesa che serve egregiamente a superare più di un ostacolo nella dura lotta per la sopravvivenza.

La categoria dei contadini ne è un ottimo esempio, buono per tutte le stagioni e tutte le latitudini. Grazie alla sua ipocrisia sempliciotta il contadino è riuscito a vincere, limitando i danni, più di una battaglia contro prepotenti di tutti i tempi e di tutti i generi. Un esempio recente? La lotta sostenuta vittoriosamente dalla categoria contro uno dei nemici più potenti  in assoluto, il fisco. Utilizzando sinergicamente ipocrisia e adulazione nei confronti dell’establishment politico, questa classe sociale è riuscita a non pagare o a pagare pochissime tasse in questo nostro “belpaese”, godendo nello stesso tempo d’agevolazioni a dir poco vergognose.

Alla faccia d’altre classi più orgogliose e più colte, per non parlare della giustizia sociale.

Perché allora accanirsi contro l’ipocrisia, considerarla uno dei lati più infa-manti, bollarla a questo punto falsamente come uno dei peggiori difetti che esistano invece di accettarla come parte integrante della personalità? Perché un rifiuto così netto, addirittura categorico?

Forse il motivo risiede nella cultura nata dal contrasto insanabile fra due aspetti fondamentali della natura umana.

Da una parte la consapevolezza di “essere qualcosa”, dall’altra la volontà di rinnegare quel “qualcosa” perché cattivo e amorale.

Torna come il solito la contrapposizione fra etica e natura, salta fuori ancora il concetto di peccato più o meno originale e dobbiamo di nuovo fare i conti con la maledetta religione, millenaria condanna dell’uomo...

Per risolvere il problema basterebbe ricorrere al solito buonsenso, quello che non ci dovrebbe mai abbandonare, specie nei momenti di difficoltà. Sarebbe sufficiente, ad esempio, mantenere un po’ d’equilibrio nel comportamento per elimi-nare i guasti maggiori provocati dai vari tipi d’ipocrisia.

Probabilmente l’ipocrisia è come il vino buono: se se ne beve poco tutto bene, se si esagera...

Un atteggiamento misurato contribuirebbe inoltre a limitare molti degli ecces-si provocati da culture cervellotiche e da mode effimere e consentirebbe alla società di vivere in modo meno conflittuale con l’ambiente che la circonda.

Buon senso quindi, misura ed evitare di drammatizzare in ogni caso mante-nendo, se possibile, nei confronti degli eventi di tutti i giorni una serena e naturale rassegnazione, del tipo di quella praticata da sempre dai nostri anziani.

Sono sicuro che saremmo meno ipocriti e più felici. O no?

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 19/03/2013 alle ore 19:38


Commenti

20/09/2013 23:16 - michela ha scritto:

Evviva la logorrea malevola quando fa pensare, provo una grande simpatia per queste argomentazioni che a grandi linee condivido. L'ipocrisia io la immagino come un paravento dietro al quale stanno purtroppo tutte le debolezze umane,ma mi indigno quando questo paravento viene usato per il proprio tornaconto a scapito del benessere degli altri fino a danneggiare materialmente e moralmente come fanno per esempio i pochi che hanno potere sui molti. Queste persone sanno perfettamente quello che fanno e penso che ogni tanto la loro coscienza faccia capolino,ma poi trovano il modo per soffocarla con ragionevoli scuse o ideologie o andando a confessarsi in chiesa.Non so quale sia il modo per trovare la felicità,ma forse se mettessimo sull'altare il rispetto e la pietà per l'essere umano le cose migliorerebbero.p.s.il mio sogno è che scompaia la violenza in tutte le sue forme.


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