LE COLLUSIONI TRA
MAFIA E STATO
Da tempo si sa che la
criminalità organizzata, in tutto mondo, ha controllo di parte del territorio
dello stato, controlla quartieri cittadini, partecipa alla lotta politica ed è
ospitata a palazzo; era vero nell’ottocento sia a Londra, che a Parigi, a New
York ed a Napoli. Le corti dei miracoli di queste città sono state zone franche
appaltate alla criminalità, la quale però rendeva anche dei servigi allo stato,
per il quale era più importante contrastare le forze sociali centrifughe che la
mafia; anzi, si serviva della mafia per prevenire rivoluzione, devoluzioni
territoriali e disgregazione sociale.
I piemontesi realizzarono
la conquista del sud d’Italia con l’aiuto della mafia, poi i Savoia
riconoscenti concessero a dirigenti mafiosi posti in parlamento e intestarono
loro strade e piazze, prima dell’unità a Napoli il camorrista Liborio Romano
era anche a capo della polizia borbonica; dopo l’unità, furono mafiosi
Francesco Crispi e Vittorio Emanuele Orlando.
In generale, la mafia è
stata corrispondente dello stato e, fino ad un certo punto, protetta e
utilizzata per operazioni sporche, in raccordo con polizia e servizi segreti;
con lo stato si è scambiati dei favori, però è stata anche concorrente e
competitiva con lo stato, nel senso che, essendo il contribuente unico, lo
stato pretendeva di riscuote monopolisticamente imposte, mentre la mafia, in
un’ottica liberista, mirava a riscuotere il pizzo, che era la stessa cosa.
Il mestiere di mafioso
rende ma è anche rischioso, infatti, i mafiosi cessano la loro esistenza a
causa conflitti interni o con lo stato; se possono conservare il loro
patrimonio, non vedono negativamente un periodo di carcere. Tramite gli
avvocati, con i quali hanno colloqui, dal carcere fanno arrivare ordini
all’esterno; quando sono vecchi, per salvare la faccia, lo stato li pensiona,
stabilendo per loro un periodo di reclusione, mentre il loro ruolo di comando
passa ad altri.
Numorose inchieste
giudiziarie, al tempo di Sindona, Calvi e Gelli, hanno evidenziato i rapporti
tra mafia, massoneria, chiesa, politica, affari, servizi segreti; la mafia usa
corrompere politici magistrati, alti funzionari e polizia; tanti politici
italiani sono stati collusi con la mafia o uomini d’onore, i quali sono sempre
alla ricerca di un collegamento con il potere.
Nel 1943 il siciliano Frank Gigliotti, massone e mafioso, durante lo
sbarco americano in Sicilia, era e in collegamento con i servizi segreti
americani. Nel 1945 Salvatore Giuliano fu reclutato dal movimento separatista,
ricevette denaro dagli americani, ebbe il grado di colonnello e armi, attaccò
cinque caserme di carabinieri, svaligiò un treno; arroccato a Montelepre,
vicino Palermo, aveva ucciso poliziotti, faceva mercato nero, rapine,
sequestri, però era protetto dagli uomini d’onore ed era stato anche iniziato
alla mafia, che era solita anche tassare Giuliano sui proventi dei suoi
sequestri.
L’ispettore dei servizi segreti italiani Ciro Verdiani, che doveva
arrestare Giuliano, ne aveva protetto la latitanza e spesso invitava a cena
Giuliano e Michail Stern, agente segreto americano che aveva un lasciapassare
per incontrare a suo piacimento Giuliano. Gli americani liberarono anche dei
mafiosi detenuti nel carcere di Favignana; Charles Poletti, governatore militare
alleato in Sicilia, nominò diversi mafiosi sindaci, consulenti e interpreti
degli alleati.
Il 7/7/47 Frank Gigliotti propose a Giuseppe Saragat di utilizzare il
bandito Giuliano, contro i comunisti e i contadini che volevano togliere la
terra ai latifondisti; allora i mafiosi erano al vertice del caporalato dei
latifondisti. Poiché i contadini volevano la riforma agraria e occupavano i
latifondi, per reazione si arrivò, alla strage di Portella Della Ginestra
de1947, ordinata dalla mafia e in particolare dal principe massone Gianfranco
Alliata di Montereale, fu eseguita da Giuliano, che fece assassinare 38
contadini.
A volte la mafia aveva
protetto e utilizzato i banditi, altre volte li aveva consegnati alla polizia,
dal 1946 il separatismo era in declino, scaricato dalla mafia e dagli
americani; grazie alla collaborazione tra mafia e polizia, i banditi furono
catturati o uccisi, la mafia appariva forza dell’ordine in Sicilia. Con l’aiuto
della mafia, membri della banda Giuliano caddero nelle mani della polizia, però
nel 1948 Giuliano si vendicò, uccidendo cinque mafiosi, tra cui il boss di
Partinico. Giuliano confessò al senatore Girolamo Li Causi che era stato
appoggiato dal ministro degli interni Mario Scelba e aveva avuto rapporti con
il capo della polizia locale e con rappresentanti del governo americano.
Nel 1950 il residuo della
banda di Giuliano fu catturato e Giuliano fu ucciso da suo cugino Gaspare
Pisciotta, che era suo luogotenente; al processo di Viterbo, Pisciotta affermò
che banditi, polizia e mafia erano soliti cooperare, al magistrato inquirente
disse che poteva rivelare cose scottanti, perciò il 9.2.1954 fu avvelenato in
carcere con una tazza di caffè.
Recentemente il giudice
Ferdinando Imposimato ha scritto un libro, dal titolo: “Doveva morire”, che
tratta dell’assassinio da parte delle brigate rosse Aldo Moro, dopo 14 anni
dalla sua morte, si fece luce su fatti rimasti sconosciuti anche ai magistrati.
I mandanti del sequestro erano stati i servizi segreti dell’est comunista, che
usavano il terrorismo per destabilizzare l’occidente; anche in Germania c’erano
stati attentati e sequestri ad industriali e politici. Il terrorismo è stato
sempre uno strumento della politica; il KGB era il mandante di brigate rosse,
Eta, Raf, Fplp, Ira, cioè di diversi movimenti marxisti o nazionalisti, armava
i terroristi, li addestrava, ma Berlinguer non era d’accordo.
In cambio della
liberazione d’alcuni brigatisti, la democrazia cristiana avrebbe potuto
liberare Moro, cioè trattando e facendo delle concessioni, come anni dopo fece
con la liberazione di Ciro Cirillo, assessore campano ai lavori pubblici; in
realtà, siccome Moro voleva l’apertura ai comunisti, si decise di sacrificarlo;
malgrado alcune spie infiltrate dai servizi segreti tra i brigatisti, avessero
fatto conoscere i covi delle brigate rosse ed il luogo in cui era custodito
Moro, già immediatamente dopo il sequestro.
Moro fu sacrificato ed il
suo memoriale sugli scandali di stato in parte spari; durante il sequestro, il
ministro dell’interno Cossiga era a capo del comitato di crisi creato allo
scopo, Cossiga non voleva la liberazione di Moro, non voleva fare concessioni
ei brigatisti e sapeva che questi, senza contropartite, lo avrebbero
sacrificato. I membri del comitato di crisi erano uomini dei servizi segreti
italiani, della P2, agenti della CIA e del KGB; i servizi, in Italia, Russia e
Usa, erano spesso in rapporto con la mafia, né la CIA, né il KGB volevano il
PCI al governo in Italia.
Un falso comunicato di
Moro prigioniero del 16.4.1978 era stato preparato da Antonio Chicchiarelli,
della Banda della Magliana, collegato ai servizi segreti del generale
Sontovito; Chicchiarelli era legato a Danilo Abbruciati, della Banda della
Magliana romana, ed al mafioso Domenico Balducci, pure legato a Santovito,
tanto da usare un aereo dei servizi segreti per i suoi spostamenti.
L’accenno a Moro
sembrerebbe una digressione dal tema sulla mafia, però Imposimato ricorda che
dopo molti anni dalla morte di Moro, si è saputo che boss della criminalità
milanese Francis Turatello, d’accordo con il mafioso Tommaso Buscetta, avrebbe
voluto salvare Moro, però la Democrazia cristiana bloccò i contatti allo scopo
e, Turatello, a causa del suo interessamento, fu ucciso dal mafioso Luciano
Liggio, forse su mandato della CIA.
Il 17.3.1978, nella
tenuta del mafioso Michele Greco, si era riunita la commissione o cupola o
governo della mafia o Cosa Nostra, fatta da Badalamenti, Bontate, Greco, Rijna,
Pippo Calò e Bernardo Provenzano, con la proposta d’iniziative per liberare Moro.
Bontate e Badalamenti rappresentavano l’ala moderata, Rijna, Pippo Calò e
Provenzano quella del corleonesi, favorevoli allo scontro con il potere
politico centrale.
Per Cosa Nostra, le
brigate rosse erano una sfida anche alla mafia, comunque, Buscetta, Nino Salvo,
Ignazio Salvo e Bontate proposero di fare il possibile per liberare Moro,
perciò la commissione diede incarico a Buscetta, allora detenuto, in rapporto
d’amicizia con alcuni brigatisti, di prendere i contatti con i brigatisti
Renato Curcio e Alberto Franceschini, pure detenuti. Da ricordare che allora
erano membri della P2 i capi mafiosi Michele Greco, Stefano Bontate e Pino
Mandalari.
Con falsi documenti,
Giovanni Bontate incontrò Buscetta, recluso al carcere di Palermo, e si decise
di farlo trasferire al carcere di Torino, dove erano reclusi i capi storici
delle brigate rosse; prima considerazione, la mafia ha rapporti con i dirigenti
del ministero di Grazia e giustizia che decide sui trasferimenti dei detenuti.
L’indisponibilità della DC a liberare Moro, bloccò l’operazione, a Roma il
mafioso Pippo Calò era legato al mondo della finanza e della politica ed era
diventato il vero capo della banda della Magliana, che aveva entrature anche in
Vaticano, il quale usava riciclare denaro sporco tramite la sua banca IOR e con
la mediazione di Sindona e Calvi.
Pippo Calò, grazie alle
sue relazioni politiche, comunicò a Stefano Bontate che i dirigenti della DC
non volevano Moro libero, perciò Bontate, Nino e Ignazio Salvo ritornarono sui
loro passi. La democrazia cristiana, che anni dopo avrebbe usato la camorra di
Raffaele Tutolo, nel trattare con le brigate rosse la liberazione
dell’assessore napoletano Ciro Cirillo, non volle muoversi a favore di Moro.
L’assessore regionale
campano ai lavori pubblici, il democristiano Ciro Cirillo, fu liberato dopo
quattro mesi, grazie alla mediazione del camorrista Raffaele Cutolo e dei
servizi segreti, con il pagamento di un miliardo e quattrocentomilioni; i
terroristi ottennero anche alloggi sfitti ed assegni di disoccupazione per i
loro protetti; per il suo sequestro furono uccise tre persone, come del resto
era avvenuto nel sequestro Moro.
Buscetta ricordò che
c’era stato un altro tentativo di salvare Moro, da parte d’esponenti della
malavita milanese (Turatello e Bossi), Turatello era in rapporti con Frank
Coppola; Abbruciati, della banda della Magliana, fece capire che era inutile
intervenire a favore di Moro. Flavio Carboni, braccio destro di Calò, confermò
che c’era stato un dietrofront negli approcci per salvare Moro.
Fclavio Carboni, su
incarico di Calò, per salvare lo statista, si era assunto il ruolo di mediatore
tra stato e mafia, era faccendiere e finanziere, in rapporto con De Mita, Calvi
e Banda della Magliana.
Frank Coppola intervenne
per bloccare il salvataggio di Moro, affermando che doveva morire, è probabile
che su questa questione anche la CIA avesse rapporti con la mafia. Perciò dal
carcere arrivò la sentenza definitiva, i brigatisti prigionieri, che
aspettavano la liberazione, si pronunciarono per l’uccisione di Moro.
La mafia è sempre alla
ricerca di un collegamento con il potere, cioè con il partito di governo,
qualunque esso sia, anche nelle amministrazioni locali, con il denaro, ricerca
il consenso ed espande la corruzione; compra poliziotti, giudici e funzionari
pubblici, influenza informazione e politica, controlla banche e finanziarie,
controlla il territorio e il voto, fa eleggere suoi uomini. In Italia Sono 171
i comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, soprattutto nelle province di
Napoli, Reggio Calabria e Palermo, quattro banche sono state poste in
liquidazione dalla Banca d’Italia per condizionamenti criminali; 40 magistrati
sono stati processati per collusioni mafiose, non si contano i poliziotti ed i
funzionari pubblici collusi.
Il parlamento conta tanti
inquisiti e condannati per corruzione, finanziamento illecito, truffa,
associazione mafiosa, bancarotta fraudolenta, turbativa d’asta, falso in
bilancio, concussione, frode fiscale, abuso edilizio, favoreggiamento mafioso;
numerosi ministri sono stati processati per concorso esterno in associazione
mafiosa, oggi dalla criminalità è minacciata la stessa democrazia (“Mafia
pulita” di Elio Veltri e Antonio Laudati – Longanesi Editore).
A Napoli la camorra
controlla anche i concorsi pubblici e le attività sportive; lavora in sintonia
con la politica; la giustizia penale dovrebbe essere rapida e dovrebbe
finanziarsi con i beni sequestrati alla mafia, ma ciò non avviene. La classe
politica è indagata dalla magistratura, a cominciare da Rosa Russo Jervolino e
da Antonio Bassolino, la camorra ordina alla politica, fa eleggere i politici e
tenta di bloccare le azioni della magistratura.
Però non si sa bene dove
finisce la mafia e dove incomincia la politica, onorevole e uomo d’onore hanno
la stessa radice, val la pena di ricordare che Francesco Saverio Nitti
affermava che a Napoli il più grande camorrista era il governo; in Sicilia
Andreotti aveva rapporti con Salvo Lima che era organico con la mafia. Oggi si
può dire che i politici sono i predicatori laici, affermano di lottare per la
laicità, per la democrazia e per contrastare la mafia, però sono collusi con la
mafia, assieme a banchieri, magistrati e poliziotti.
Nunzio
Miccoli www.viruslibertario.it numicco@tin.it