IL MESSIANISMO
EBRAICO
di I. Bahbout, D.
Gentili, T. Tagliacozzo – Giuntina Editore
Il messianismo non è solo
ebraico, ma anche persiano e cristiano, i soter della religione greca erano,
come i messia, salvatori, redentori, anche in senso traslato; nel senso che
promettevano una forma di liberazione prima in terra e poi, quando questa era
resa difficile dalle potenze, in cielo; il cristianesimo ha avuto la stessa
evoluzione, è il risultato del sincretismo giudaico-pagano.
Per gli ebrei, i messia
erano rivoluzionari nazionalisti che lottavano contro la dominazione straniera
e contro le sue tasse, a favore di uno stato israeliano indipendente; gli
zeloti ebrei e il clan di Gesù erano armati; i messia o profeti come Abramo,
Mosè, fino a Maometto, erano armati e puntavano alla emancipazione, al riscatto
ed alla libertà per il loro popolo, ma avevano anche un progetto di dominio.
In Israele, salvatori,
messia, patriarchi, profeti, re, sommi sacerdoti e riformatori religiosi erano
tutti messia; il messianismo era anche collegato alla liberazione finale di
Israele, dove le persone unte, cioè consacrate come messia, erano profumate
spalmandole con olio di oliva, usato anche dai romani; questa cerimonia era
riservata a sacerdoti, re, profeti, patriarchi giudici e messia.
Poiché al tempo di Cristo
la carica dei sacerdoti era ereditaria, non bisognava procedere a nuova unzione
degli stessi, però Sommo Sacerdote e re dovevano sempre essere unti; i
sacerdoti avevano unto come messia, cioè inviati del Signore, anche il re di
Persia Ciro, che aveva consentito loro il ritorno nella terra promessa (VI
secolo a.c.), e poi i re greci seleucidi dominatori della Palestina.
I messia erano gli unti,
perciò anche un re non ebreo poteva esserlo; Israele, sottomessa allo
straniero, aspirava all’indipendenza ed alla redenzione politica, alla
giustizia sociale, per cambiare con una rivoluzione la struttura sociale;
perciò invocava un messia retto da saggezza, la diaspora e l’esilio, che ha
colpito varie volte Israele, ha favorito la maturazione di queste aspettative.
L’idea messianica era
associata ad un mondo senza guerra, cioè ad una specie di pax giudaica, al
superamento della morte per mano di un messia o re o Cristo, unto prediletto
del Signore, il quel giorno Israele sarebbe diventata giudice tra le nazioni;
l’idea era nata dal sogno di riscatto, tutto ciò alimentò il sospetto, da parte
degli antisemiti, che gli ebrei avessero il progetto di un dominio mondiale
(Protocolli dei Savi di Sion).
In realtà, anche Roma decadente,
sotto il tallone dei barbari germani, continuò per secoli ad inseguire un
progetto di riscatto per far ridivenire Roma centro del mondo, l’ultimo
utopista ad inseguire questo sogno fu Mussolini. Secondo genesi, l’umanità
all’inizio era vegetariana e pacifica, dopo il diluvio divenne violenta e
cominciò a mangiare carne; con l’epoca messianica, vista utopisticamente, si
sarebbe tornati alle origini, sconfiggendo la violenza, il lavoro alienante e
schiavo e la morte.
Alla vigilia dell’era
volgare, in vista della fine dei tempi o regno di Dio, si riteneva che il
messia dovesse discendere dal re Davide, che era stato della tribù di Giuda;
eppure Abramo, che era stato il primo messia, perché patrocinò il monoteismo,
apparteneva alla tribù sacerdotale di Levi, che fu dispersa in Egitto e poi,
con Mosè e Giosuè, ritornò in Israele.
La tradizione rabbinica
si fece forte con la distruzione romana del Tempio di Gerusalemme (76 d.c.),
nel senso che la sinagoga ereditò l’autorità del tempio, però il Talmud era già
nato nel VI secolo a.c. Con la distruzione del tempio, si attesero i segni che
annunciassero l’avvento del messia liberatore, per il cui avvento il Talmud
parla di un tempo di settemila anni, perciò lo si aspettava nel 481 e nel 531
a.c..
Però nel Talmud c’è anche
la critica a quelli che illudono la gente, perché molti avevano annunciato il
messia, ma questo poi non era venuto, contemporaneamente coltivava la speranza,
promettendo che sarebbe venuto quando ci si fosse pentiti. Tra i cristiani
gnostici e ariani dei primi secoli dell’era volgare, c’era chi affermava che il
messia doveva venire, chi affermava che era venuto e chi affermava che doveva
ritornare (parusia).
Per altri rabbini il
messia sarebbe venuto in un tempo prefissato dal Signore ma sconosciuto ai
profani, a prescindere comunque, dal comportamento degli uomini, cioè dai loro
peccati; per altri rabbini Israele sarebbe stato redento solo se si fosse
pentiti dei peccati; nella bibbia ebraica, nella bibbia cristiana e nel talmud
si può pescare di tutto.
Secondo la Legge ebraica,
si può essere ebrei per nascita da madre ebrea, perché, come dicevano i romani,
la madre è sempre certa, o per conversione, che prevedeva l’accettazione della
Legge, un bagno rituale e per gli uomini la circoncisione; anche gli ebrei
fecero delle conversioni, prima di essere placcati dai cristiani e ne fanno
ancora adesso tra i russi immigrati.
Nei paesi dell’ex Unione
Sovietica, il movimento Lubavitch, caratterizzato da una forte componente
messianica, ha favorito le conversioni all’ebraismo, il suo leader carismatico
era Rabbi Menachem (1902-1994), ritenuto dai suoi seguaci il messia; però
questa pretesa fu avversata dal tribunale rabbinico che doveva decidere sulle
conversioni. Ci sono stati tanti presunti messia in Israele ed oggi è inesatto
che tutti gli ebrei siano in attesa del messia.
Questo tribunale moderno,
improntato all’ortodossia, ritiene che il messia debba ricostituire regno e il
Tempio e debba imporre il rispetto delle pratiche ebraiche, cioè della Legge
ebraica, non accetta un messia che muoia prima di aver attuato la sua
missione, com’è accaduto a Cristo; ciò malgrado, oggi in Israele un gruppo
d’ebrei messianici riconosce Cristo come messia. Di fronte a tanti presunti
messia inadempienti e umani, ma sempre ricordati, Cristo non è stato accettato
dai più come messia, al pari degli altri autodichiaratesi messia, perché, per
mezzo di Paolo, pare che volesse derogare dalla legge ebraica, mentre lo stesso
movimento Lubavitch ha difeso la Legge, cioè rispetto del sabato, prescrizioni
alimentari e circoncisione.
Il Talmud racchiude la
tradizione orale interpretativa ed applicativa della Torà o Legge o
Pentateuco, e riporta le discussioni tra accademici di Babilonia e
Gerusalemme, perciò esiste un Talmud babilonese, del tempo della diaspora
babilonese, ed uno di Gerusalemme; gli ebrei, sotto persiani, sotto greci e
sotto romani, non avevano mai abbandonato completamente Gerusalemme, nel 1948
questa città era abitata in prevalenza da ebrei, mentre Betlemme da cristiani,
il resto della Palestina era a prevalenza islamica.
I maestri del Talmud
hanno identificato nella Torà 365 divieti, il che ha influenzato i codici non
solo ebraici, ma anche cristiani ed un certo modo di intendere la legislazione
proibizionista, si dice che le false democrazie, come quella italiana, sono
fatte di divieti. Per alcuni integralisti rabbini, lo stato moderno d’Israele
non è la realizzazione del disegno messianico, perché è nato con un disegno
nazionalista del sionismo, mentre avrebbe dovuta avverarsi alla fine dei giorni
e solo per un disegno divino. Questi ritengono che le leggi della Torà sono
valide per l’eternità, stessa concezione ha l’Islam per la Sharia.
Maimonide difendeva anche
la Torà orale o tradizione, come avviene oggi anche nell’Islam, affermava che
chi fosse riuscito a ricostituire il regno d’Israele avrebbe dimostrato di
essere il messia, per lui il messia era il difensore estremo della Legge, in
pratica, un integralista. Per Maimonide, con il regno di Dio, Israele avrebbe
abitato in sicurezza la sua terra e tutte le nazioni avrebbero accettato la
vera fede; la stessa promessa fa l’Islam, che è più vicino all’ebraismo che al
cristianesimo.
Maimonide affermava che
le parole dei profeti messianici non andavano prese alla lettera, non credeva
che con il regno di Dio ci sarebbe stata la pace tra gli animali, come aveva
detto Isaia; Maimonide non fece nemmeno cenno ai miracoli del messia, credeva
solo al suo successo terreno nel liberare Israele dall’asservimento. Maimonide
includeva la fede nella venuta del messia tra i tredici principi della fede,
credeva che il messia avrebbe restaurato il regno di Davide, avrebbe
ricostruito il Tempo, riunito i dispersi d’Israele e ristabilito la Legge.
Rabbi Moshè Maimonide, detto
Ramadam, nato a Cordova nel 1135 e morto come esule al Cairo nel 1204, dopo
l’espulsione dalla Spagna, rappresenta la tradizione sefardita occidentale,
mentre Rabbi Isserles Ramà di Cracovia (1525-1572), rappresenta la tradizione
ashkenazita orientale; con il tempo, tentando di superare le differenze d’usi
tra i due gruppi d’ebrei, nacque il codice definitivo unificato Shulcham Arukh.
Secondo Maimonide, il
messia avrebbe svelato i segreti ancora sconosciuti della Torà e avrebbe
portato la libertà ad Israele; poiché tanti calcolavano la data dell’avvento
del Messia, Maimonide affermava che non bisognava farlo, ma bisognava aspettare
con fiducia; affermava che, stabilita una data, se il messia non fosse venuto,
si sarebbe demolita la fede; è proprio quello che accade a tanti cristiani dei
primi secoli dell’era volgare che aspettavano la parusia.
Oggi gli ebrei sono più
un partito che una religione, perché tra loro esistono, atei, religiosi e
laici, di destra, di sinistra e nazionalisti; a causa della diaspora da loro
subita, gli ebrei furono costretti a divenire cosmopoliti. Comunque, oggi
l’ebraismo religioso si divide in tre correnti: la tradizionalista ortodossa, i
riformatori ed i conservatori, che sono a mezza strada, la stessa cosa è
accaduta al mondo cattolico.
Maimonide affermò che,
all’origine dei diversi movimenti messianici, vi erano le persecuzioni, nel
1165 anche gli sciiti yemeniti tentarono la conversione forzata degli ebrei,
nella penisola araba gli ebrei erano stati in gran parte già eliminati da
Maometto; poiché tanti, non solo in Europa, volevano sradicare l’ebraismo con
vari mezzi, gli ebrei, per reazione, proiettavano le proprie ansie nei tempi
escatologici, riponendo fede in un messia. Comunque, Maimonide invitava a
seguire la Torà e non i falsi messia, riteneva che l’ignoranza era la causa di
tutti i mali.
Invitava a resistere alle
persecuzioni, era contro la numerologia che annunciava il messia e contro
l’astrologia, difendeva il libero arbitrio, affermava che non si poteva prevedere
la data della venuta del messia; riteneva che il messianismo aveva solo un
valore terreno, affermava che il messia sarebbe venuto quando cristiani e
musulmani si fossero conteso il dominio del mondo; annunciò che il messia, in
segno d’umiltà, sarebbe venuto a cavallo di un asino e poi sarebbe stato
riconosciuto dalle sue imprese (Epistola allo Yemen).
Affermava che non era
certo che il messia sarebbe comparso prima in Israele, la sua era sarebbe stata
riconoscibile dalle sue realizzazioni; con la liberazione d’Israele, avrebbe
portato benessere e rispetto per la Torà. Per Maimonide, l’era messianica
sarebbe stata solo un’era terrena di liberazione per Israele e non la fine dei
tempi, non avrebbe prodotto un radicale mutamento dell’esistenza, allora
Israele sarebbe vissuto in pace e le nazioni, grazie, all’ammaestramento del
messia, sarebbero tornate alla vera fede.
Anche l’Islam ha
ereditato il concetto di ritorno alla vera fede, tanto è vero che afferma che
Abramo, Maria e Gesù erano musulmani. Come annunciato da alcuni profeti, per
Maimonide, Israele sarebbe divenuta una nazione di sacerdoti, non ci sarebbero
stati più schiavi e sarebbe mutato l’atteggiamento verso il lavoro, che non
sarebbe stato più costrittivo; la terra sarebbe stata più prolifica. In
Maimonide, gli elementi utopici ed apocalittici del messianismo perdono
importanza, mentre è messa in rilievo la restaurazione d’Israele, com’è nella
tradizione talmudica.
Maimonide non fece accenno
ai miracoli del messia, non accennò alle sue sofferenze, affermava che il
messia non avrebbe aggiunto niente alla Torà, ma avrebbe realizzato
l’indipendenza nazionale e religiosa d’Israele, creando una società rinnovata.
L’indipendenza religiosa significava libertà di professare la propria fede
ebraica, però gli ebrei dovevano convertire gli altri; anche l’Islam ha questo
concetto, che però non corrisponde alla libera competizione tra le religione o
delle idee religiose, che non è auspicata nemmeno dal papa, che perciò si dice
contro il relativismo.
Maimonide affermava che
chi, durante l’era messianica, avesse seguito i precetti della Torà, sarebbe
stato ricompensato, affermava che l’era messianica sarebbe avvenuta prima della
resurrezione dei morti, cioè nei tempi storici ordinari; il messia avrebbe
ricostituito Tempio e il regno di Davide e da questi fatti si sarebbe
riconosciuto che era il messia, in quell’epoca sarebbe cessata la
sottomissione allo straniero.
Maimonide non contiene
tratti apocalittici o escatologici, per lui i tempi messianici sono un processo
storico e terreno; come sarebbe accaduto nei califfati islamici, affermava che
al regno del messia sarebbe succeduto suo figlio e poi suo nipote e il sarebbe
durato migliaia d’anni, con pace e prosperità e con l’obbedienza degli altri
paesi, una specie di pax giudaica; a queste idee s’ispirò il millenarismo
cristiano.
Quando gli uomini sono
umiliati e prostrati, sognano più fermamente il riscatto e un salvatore,
Maimonide credeva al messia, lo aspettava, ma non era rivoluzionario, perché
affermava che sotto il messia sarebbero continuati ad esistere ricchi e
poveri. Anche il cristianesimo consolidato, diretto da vescovi ricchi, ben
presto, abbandonò il progetto di riscatto terreno; nel trecento e nel
quattrocento, i vescovi nordafricani si scontrarono con i cristiani donatisti,
definiti eretici, i quali volevano una riforma fondiaria, in pratica volevano
togliere le terre ai vescovi latifondisti; i vescovi, incluso Agostino, per
farli tornare ai loro ranghi, chiesero aiuto alle truppe dell’imperatore.
Maimonide sosteneva che
la Torà andava interpretata metaforicamente, affermava che il mondo a venire
andava inteso solo in senso spirituale; per Maimonide, il messianismo era la
rivincita d’Israele. Distinse il messianismo dalla resurrezione dei corpi,
contenuta nella tradizione rabbinica, ma d’origine persiana; affermava che
tutti i precetti, anche la tradizione rabbinica della Torà orale, dovevano
essere seguiti, ricordava che con il messianismo, la terra sarebbe stata
ripiena della conoscenza di Dio; anche l’Islam contiene questa promessa.
Secondo un’idea
dell’ebraismo tedesco della prima metà del 1900, l’ebraismo s’identifica con il
messianismo, il che però rappresenta uno strappo verso la tradizione ortodossa
che non contiene più la relazione stretta, che ha procurato agli ebrei tante
antipatie; in precedenza, l’annuncio del messia aveva animato le speranze degli
uomini rinchiusi nei ghetti; l’idea messianica era simile a quella della rivoluzione,
del riscatto e della redenzione.
Però in quell’epoca, tra
gli ebrei esistevano anche benestanti contrari, come Maimonide, alla
rivoluzione; l’epoca dei ghetti andò dalla seconda metà del 1500 fino al 700
inoltrato, cioè dalla cacciata degli ebrei dalla Spagna alla rivoluzione
francese, però nel 1870 il papa teneva ancora gli ebrei romani nel ghetto.
Il rabbino italiano
Bonaiuto de Rossi (1511-1577) criticava le persone che facevano i calcoli per
determinare la venuta del messia, mentre il rabbino contemporaneo Mordechai
Dato (nato nel 1525), prevedeva che l’epoca messianica sarebbe iniziata nel
1575, per quell’epoca annunciava il ritorno delle tribù d’Israele, resurrezione
e giudizio universale. De Rossi affermava che l’idea messianica non era
fondamentale per gli ebrei, voleva la redenzione d’Israele e l’osservanza della
Torà; come tanti cristiani, riteneva che scienza e filosofia potevano
allontanare dal sacro.
Sempre in Italia, il
medico ebraico Abramo Portaleone (1542-1612) si riaccostò alla Torà, ma era a
favore della modernità scientifica, era modernista e voleva il rinnovamento
dell’umanità; però affermava che l’età dell’oro d’ebrei e pagani apparteneva al
mito e che il presente era meglio del passato. Condannò l’idea di peccato originale,
come caduta da uno stato di perfezione, affermava che la redenzione sarebbe
consistita solo nella restaurazione del regno d’Israele e nell’armonia con Dio,
cioè poneva l’età dell’oro nel futuro.
Portaleone negava un
certo tipo utopistico di messianismo, voleva solo la rivincita nazionale per
gli ebrei e che Israele, già disarmata dai suoi nemici, ritrovasse l’uso delle
armi, riteneva che il misticismo non implicasse il messianismo. L’intellettuale
ebreo seicentesco più vicino ai cristiani, era il rabbino Leone Modena
(1571-1648), che affermò che, poiché Gesù non aveva realizzato le aspettative
ebraiche, gli ebrei continuavano ad aspettare un salvatore messia, anche alcuni
cristiani dei primi secoli dovevano pensarla così.
Modena affermava che il
peccato originale era nato con gli appetiti sessuali e che il salvatore avrebbe
riportato tutti ad un comportamento più ascetico, il sesso è stata la croce
d’ebrei, cristiani e Islam ma non dei pagani; Modena sosteneva che l’idea
messianica non era fondamentale, affermava che l’idea messianica non era solo
degli ebrei, ma anche dell’Islam e dei cristiani.
Nel 1626 nacque a Smirne
il rabbino ebreo Shabbetay Tzevy che nel 1666 si convertì all’Islam, padre
del sabbatianesimo, perciò considerato eretico dai rabbini, Shabbetay era a
favore della trasgressione; in precedenza si era proclamato messia, aveva
proposto di abbandonare rituali e precetti. Poiché, a causa della sua dottrina,
ne nacquero dei disordini tra ebrei, il sultano gli fece scegliere tra la
conversione all’Islam o la morte e perciò lui si convertì.
Fu chiamato eretico e
traditore, probabilmente dissimulò e volle emulare il trasformismo cristiano,
era per la libertà di coscienza e divenne un falso convertito, questa cosa si
era già verificata in Spagna con gli ebrei marrani spagnoli. La riserva
mentale era stata anche dei gesuiti, impegnati nelle lotte contro i
protestanti, quando questi erano vincitori; Shabbetay affermava che il messia,
per fare il bene, doveva discendere anche nel male.
Sempre in quel secolo,
nel 1606 il prete cattolico John Ward, su incarico di papa Paolo V, era entrato
in Inghilterra per uccidere la regina Elisabetta I, fu preso, gli fu chiesto se
era sacerdote e se avesse attraversato il mare per arrivare in Inghilterra,
sotto giuramento, rispose negativamente; un bell’esempio di spergiuro e di
riserva mentale, era sicuro che il papa gli avrebbe dato l’assoluzione.
Nel 1648 dei pogrom
cosacchi colpirono gli ebrei orientali che volevano la restaurazione
messianica; come accade tra i partiti, per paura, per arrivismo e per
opportunismo, tanti ebrei cambiarono bandiera, è accaduto che anche un altro
falso messia, cioè Jacob Frank, si convertì al cristianesimo.
Tra le varie idee del
Talmud, Shabbetay sostiene anche l’idea che a volte, per mettere in pratica la
Torà, bisogna trasgredirla, ad esempio in periodo di guerra si può violare il
riposo sabbatico e, per accompagnare una salma in un funerale, si può
interrompere lo studio delle Torà; secondo Resh Laqish, una trasgressione può essere
finalizzata anche ad un precetto. Come si vede la polemica tra giudei di
Gerusalemme e San Paolo sul rispetto puntiglioso della legge, non era condivisa
da tutti gli ebrei.
Sulla base di
quest’asserzione, sabbatiani e frankisti arrivarono ad approvare i
comportamenti più trasgressivi, Shabbetay permetteva di mangiare cibi proibiti
e Frank invitava a trasgredire alla legge; Frank affermava che il messia
sarebbe venuto solo dopo che il regno d’Israele si fosse convertito
dall’eresia. Questo revisionismo culturale, raro nelle religioni monoteiste e
integraliste, favorì tra gli europei lo sviluppo delle idee della riforma
protestante e dell’illuminismo settecentesco, perché faceva leva su una
maggiore libertà di pensiero.
Per Shabbetay, il messia
doveva liberare l’uomo dal peccato e dalla sofferenza; dopo la sua morte,
c’era chi credeva che era stato nascosto e chi ne aspettava il ritorno, mentre
la sua setta turca continuava ad esistere; le stesse cose sono successe con il
cristianesimo a proposito di Cristo e con lo sciitismo persiano, che ha creato
la figura del Mahadi, una specie di messia nascosto dell’Islam che deve
tornare; il regime dei mullah persiani lo ha annunciato anche nei nostri
giorni.
Nel 1800 nacque in
Germania e in Ungheria il movimento riformatore ebraico, voleva abolire,
circoncisione e rispetto del sabato, voleva sovvertire la legge; probabilmente
fu influenzato dal cristianesimo, che fu una riforma dell’ebraismo dovuta ad
influssi pagani; nel movimento riformatore confluirono sabbatiani e frankisti,
però dopo il 1815, il movimento decadde e rimasero gli ortodossi, come accade
oggi nella curia romana.
L’ebreo austriaco Theodor
Herzl, fondatore del sionismo, in un romanzo immaginava che nel 1928 la
Palestina sarebbe stata condivisa tra arabi ed ebrei, cioè apparentemente non
voleva la separazione; questa seconda idea si delineò tra gli occidentali come
conseguenza del conflitto tra ebrei ed arabi, all’inizio l’occidente aveva
promesso agli ebrei solo un ricovero in Palestina; però gli arabi rifiutavano
il ritorno d’Israele, cioè l’immigrazione degli ultimi ebrei.
Visto che si è parlato di
messianismo e nazionalismo è opportuno anche un accenno all’ebreo giornalista
austriaco, Theodor Herzl; dopo il pogrom russo del 1882, tra gli ebrei crebbe
il desiderio di una patria indipendente. Il fisico ebreo russo Leon Pinsker
(1821-1891) sostenne che la fine delle persecuzioni poteva arrivare solo dalla
nascita di uno stato ebraico, perciò il fondatore del sionismo, Theodor Herzl
(1860-1904), reclamava, con accordo internazionale, uno stato per gli ebrei; a
causa di questo suo disegno, ebbe contro gli assimilazionisti della diaspora,
contrari all’immigrazione in Palestina, e gli ortodossi che lo accusarono di
voler anticipare forzatamente il piano di Dio per il ritorno.
Nel 1896 Herzl, dopo
l’affare Dreyfus, pensò ad una terra rifugio come soluzione alle persecuzioni
degli ebrei, perciò nel 1897 l’ingiustizia perpetrata al capitano ebreo Dreyfus
in Francia, lo spinse a dare vita al movimento sionista per la creazione di uno
stato ebraico; Theodor Herzl era l’ultimo profeta e messia d’Israele e, nella
ricerca di un rifugio per gli ebrei, non pensava solo alla Palestina; per tutti
i sionisti, il sionismo era il messia moderno.
Theodor Herzl chiese ai
papi Leone XIII e Pio X un aiuto per far stabilire gli ebrei in Palestina, ma
questi gli risposero che non potevano favorirlo perché gli ebrei non avevano
riconosciuto Gesù, però lo avrebbero favorito se si fossero convertiti tutti.
Herzl non era sensibile a questi argomenti perché era nazionalista, ma
personalmente ateo; inizialmente egli era disposto ad accettare anche un patria
diversa dalla Palestina, poi si convinse per la Palestina; forse per reazione
al suo ateismo, nel 1901 il rabbino polacco Isaac Reines creò l’ala religiosa
del movimento sionista.
All’inizio del ventesimo
secolo, personalità inglesi volevano che gli ebrei fondassero un loro stato in
Palestina, gli ebrei erano molto influenti e numerosi a New York ed erano
sostenuti dal governo americano. Nella prima guerra mondiale, gli ebrei
combatterono in entrambi i fronti, però dopo la guerra, in diversi paesi
europei, fu adottato il numero chiuso per l’ammissione degli ebrei
all’università e nelle scuole professionali, essi furono esclusi dalla
burocrazia e diversi partiti si dichiararono antisemiti.
Il governo bolscevico
proibì le organizzazioni e i luoghi di culto ebraici ed in Russia gli ebrei
furono rimossi dalle posizioni di partito e di governo; alla fine della prima
guerra mondiale, la comunità ebraica di Palestina arrivava a 90.000 persone,
concentrata soprattutto a Gerusalemme. Dal 1881 al 1921 in Europa orientale
c’erano stati centinaia di pogrom, nel 1881 l’attentato allo zar Alessandro II
aveva alimentato l’antisemitismo ed aveva favorito una forte emigrazione
ebraica verso gli Stati Uniti, mentre altri ebrei si dirigevano in Palestina e
in Argentina. Dal 1897 al 1948 ci furono cinque ondate migratorie verso
Israele, la prima avvenne nel 1897 e la seconda nel 1905; nel 1902 gli ebrei
crearono un fondo per l’acquisto dagli arabi di terre incolte in Palestina.
Nel 1917 l’ebreo inglese
Chaim Weizmann, dopo la morte di Herzl, ottenne dal ministro degli esteri
inglese, lord Arthur Balfour, la dichiarazione Balfour, che prometteva un
focolare nazionale ebraico in Palestina; con questa dichiarazione, Balfour,
riconobbe la Palestina, cioè tutta la Palestina, come nazione del popolo ebreo;
tra il 1922 e il 1924, diversi paesi occidentali adottarono misure restrittive
contro l’immigrazione ebraica, perciò nel 1922 ci fu il consenso della Società
delle Nazioni all’emigrazione degli ebrei in Palestina.
Nel 1925 Vladimir
Jabotinski aveva fondato una corrente radicale dei sionisti, detta
revisionista, che aveva lo scopo di creare uno stato ebraico indipendente,
già proposto da Herzl, con tutti i mezzi; a tale fine nel 1935 usava anche
mezzi terroristici e creò le organizzazioni paramilitari o milizie di Haganà e
Irgum. Per far cessare i conflitti tra ebrei e palestinesi, lo stesso anno gli
inglesi proposero la spartizione della Palestina; i sionisti includevano i
nazionalisti divisi tra ortodossi, seguaci di Herzl e seguaci di Jabotinski.
Tra il 1936 e il 1939 anche gli arabi fecero attentati contro gli
inglesi e contro gli insediamenti ebraici, contemporaneamente si diffuse il
terrorismo dell’Irgum, contro arabi e inglesi. All’inizio della seconda guerra
mondiale, gli ebrei di Palestina erano arrivati a mezzo milione e risiedevano
prevalentemente nelle città o nelle cooperative agricole; gli inglesi, timorosi
delle reazioni arabe, cercarono di usare il loro potere di potenza mandataria
nella regione, per bloccare l’ulteriore immigrazione ebraica in Palestina.
In Palestina i rapporti
tra inglesi e immigrati ebrei divennero subito tesi, nel 1939 la Gran Bretagna
cercò di limitare l’immigrazione ebraica, ostacolando anche lo sbarco dalle
navi, cercò anche di scoraggiare l’acquisto di terre da parte degli ebrei. Nel corso
del secondo conflitto, Churchill promise che, a guerra conclusa, la Gran
Bretagna avrebbe rispettato l’impegno di Balfour, in cambio gli ebrei, per
combattere contro il nazi-fascismo, misero a disposizione una brigata ebraica;
mentre gli arabi, ostili all’immigrazione ebraica, misero a disposizione truppe
a favore del nazismo, soprattutto in Bosnia.
Le formazioni
paramilitari ebraiche, come l’Haganà e l’Irgum, si scontrarono con gli inglesi
e nel 1946 l’Irgum, sotto la direzione di Begin, fece saltare in aria il
quartiere generale britannico a Gerusalemme; nel 1940 gli atti terroristici
dell’Haganà erano diretti soprattutto contro la polizia costiera inglese, che
voleva impedire gli sbarchi dei profughi. Finita la seconda guerra, il
ministro degli esteri inglese, Ernest Bevin, dimenticando le promesse di
Balfour e di Churchill, cercò di contenere l’immigrazione ebraica in Palestina,
alla quale però era favorevole il presidente americano Truman; nel 1947 un
piroscafo con 4.500 profughi ebrei, salvatisi dai lager nazisti, fu fatto
ritornare indietro dagli inglesi fino ad Amburgo.
Nel 1947 l’ONU ammise la
creazione di uno stato ebraico e la spartizione della Palestina, l’URSS
sosteneva il progetto; alla vigilia della proclamazione dello stato d’Israele,
avvenuta nel 1948, agenti del Mossad israeliano fecero saltare in aria, nel
porto italiano di Barletta, una nave carica d’armi, dirette ai paesi arabi, che
si apprestavano a muovere guerra contro Israele.
Nel 1948, a causa dei
disordini e della guerra imminente tra arabi ed ebrei, la Gran Bretagna si
ritirò dalla Palestina, lo stesso anno l’ONU proclamò la nascita dello stato
ebraico d’Israele, separato da Cisgiordania e Gaza, assegnate agli arabi
palestinesi. Da allora, gli israeliani combatterono vittoriosamente sei
guerre contro gli arabi e poi dovettero subire il loro terrorismo contro di
loro.
Persa la guerra, gli
arabi palestinesi ebbero purtroppo solo l’amministrazione autonoma di una parte
della Palestina, cioè di Giudea e Samaria, dette anche Cisgiordania, assieme a
Gaza, invece di un loro stato indipendente, mentre nel 1948 rinacque veramente
Israele. Due stati separati, amici e con frontiere sicure, non si sono potuti
fare perché gli arabi palestinesi puntavano a ributtare a mare gli ebrei ed a distruggere
il neonato stato d’Israele; poi, dopo in ciclo d’inutili guerre, sono ripiegati
nel terrorismo contro Israele. Gli aiuti della cooperazione sono serviti, non a
riavvicinare le parti, ma a speculare da parte di occidentali e palestinesi.
Come i cristiani, gli
ebrei, che nel mondo sono solo 14 milioni, e perciò, razionalmente, non
dovrebbero essere di peso sulla terra, non sono riconducibili ad solo un credo
religioso o ad una sola religione; tra il 1700 e il 1800 furono aperti i ghetti
e ottennero i diritti civili, furono emancipati e si definirono una nazione
senza terra, la diaspora li aveva fatti cosmopoliti.
Il Talmud era nato nel
VI secolo a.c. e la religione era diventata l’identità e la bandiera di un
popolo disperso che era servita a tenerlo unito e ad impedirne l’assimilazione,
come era accaduto a tanti popoli sconfitti; gli ebrei si sono serviti della
religione per favorire, con un’apposita legge, il ritorno degli ebrei in
Israele; ne sono arrivati anche dalla Russia, dall’Abissinia e dai paesi arabi.
Dalla dimensione religiosa a quella politica, gli ebrei maturarono non solo
idee nazionaliste, ma anche libertarie, mentre l’identità nazionale è stata
favorita dalla rinascita della lingua ebraica che ha svolto un ruolo
unificante, com’era accaduto prima in Francia, poi in Italia e oggi dovrebbe
accadere in Cina. Comunque, in Israele la seconda lingua ufficiale è l’arabo e
vi risiedono un milione d’arabi palestinesi con cittadinanza israeliana.
Prima della nascita
d’Israele, le sinagoghe, come accade nei club, avevano consentito un momento di
ritrovo tra ebrei; oggi in Israele gli ebrei appartengono a tutte le classi
sociali ed hanno imparato a fare gli agricoltori e i soldati; dopo il 1948 ci
fu la fuga degli ebrei sefarditi dai paesi arabi, in un numero pari ai
palestinesi fuggiti da Israele.
Questa nuova diaspora ha
determinato, praticamente, la scomparsa dell’ebraismo sefardita d’origine
spagnola, mentre la fuga dai paesi ex comunisti degli ebrei orientali diretti
in Israele ha contribuito a ridurre la cultura ebreo ashkenazita orientale;
perciò Israele, con un sua lingua, ha cercato una ridefinizione culturale e
religiosa, mentre una piccola minoranza di tradizionalisti guarda ancora al
messianismo.
La possibilità d’altri
olocausti ebraici non è cessata, ma Israele oggi si sa difendere, ha maturato
anche l’idea di rispetto verso le altre religioni e di separazione tra stato e
religione, che non è tipica delle tre regioni monoteiste. Dallo stato ebraico
oggi sono considerati ebrei anche quelli che non desiderano trasferirsi in
Israele, come avviene anche per gli italiani all’estero che hanno doppia
nazionalità; comunque, la dimensione della religione è ancora utile per l’unità
del paese, ciò avviene anche per i cristiani non osservanti in alcuni paesi
cattolici.
L’ebraismo ha prodotto
tante idee, secondo lo chassidismo, sviluppatosi a Praga, il messia verrà
quando non ci sarà più bisogno di lui, un suo esponente, Juri Langher
(1894-1943), ha detto che il messia arriverà all’ultimo giorno, quando l’opera
messianica sarà già compiuta. Per gli ebrei tradizionalisti e per l’Islam, Dio
è più immanente che per i comuni cristiani, Kafka ebbe rapporti molto intensi
con lo chassidismo praghese. Lo chassidismo dava più importanza alla preghiera
e all’etica che alla Legge ebraica.
L’ebreo Walter Benjamin
(XX secolo), ha considerato il tempo come una dimensione, il pensiero scorre
subito su Einstein, ha visto il messianismo come ritorno ad un regno di
giustizia e ad una redenzione rivoluzionaria; Benjamin credeva al materialismo
storico di Marx, credeva che la venuta del messia non determinava la fine della
storia, affermava che il messia liberatore doveva arrivare. Anche Marx, in una
visione messianica, voleva una società senza classi, affermava che la classe
operaia ci avrebbe donato la redenzione con la rivoluzione; così l’idea del
riscatto continuava ed il messianismo teologico si era messo al servizio del
materialismo storico, cioè del messianismo politico.
Per l’ebreo Gershom
Scholem, il messianismo ha creato una vita provvisoria ed un’aspettativa, dà
troppo spazio alla concezione apocalittica, che è una teoria della catastrofe,
perciò, in una visione politica del divenire, distingue il messianismo
apocalittico dal messianismo razionalista. Emmanuel Levinas e Jaques Derida,
sancendo la crisi del messianismo apocalittico, guardano ad un messianismo
politico; per Levinas il messianismo implica un miglioramento della condizione
umana ed il compimento delle promesse politiche e sociali.
Levinas afferma che il
messia rappresenta la rottura e lo svelamento delle contraddizioni della
politica, ha lo scopo di superare l’ingiustizia sociale; comunque, crede che il
messianismo preveda sempre un rapporto con Dio. Per Levinas, Israele non vuole
essere salvato da un messia, per lui Israele corrisponde all’umanità intera e
tutte le persone possono essere dei messia.
Afferma che la storia è
transitorietà e diffida anche del messianismo politico, afferma che tutti i
nazionalismi sono messianici e tutte le nazioni sono elette, non solo Israele,
i cristiani avevano sempre rimproverato agli ebrei di sentirsi una nazione
eletta o prediletta da Dio. Jacques Derida vuole una prospettiva di pace per la
Terra Santa, all’interno di una vera democrazia, afferma che la religione ed il
nazionalismo minacciano la pace; purtroppo la vera democrazia, cioè il governo
del popolo o la sovranità del popolo, e da raggiungere in tutto il mondo.
Il messianismo, da Abramo
in poi, è stato sempre nazionalista e rivoluzionario, ispira l’idea del
cambiamento più dell’idea di progresso, rappresenta rottura e rinnovamento;
mentre il misticismo sembra rivolto all’immutabile e all’interiore, il
messianismo è tenuto all’interno di una cornice terrena, si confronta con
dogmatismo, rivoluzione e tradizione; infatti, tanti profeti messia erano anche
dei riformatori religiosi.
Nunzio
Miccoli www.viruslibertario.it numicco@tin.it