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L’ORIGINE DELLE PAROLE “LAICO” E “CLERICALE”

di Francesco  Scattolin

(Associazione Mazziniana di Treviso)

 

Laico, com’è noto, deriva dal greco  ”laòs”, che ha il significato di folla, moltitudine, popolo.  Chierico, sempre dal greco deriva da “cleròs”, collegato all’idea di estratto a sorte;  bene territorio, funzione attribuita per sorteggio.  I termini “laico” e  “clericale”, in origine non necessariamente contrapposti, hanno finito in realtà per divenire espressione di valori semantici e ideologici contrapposti poiché l’esser laici finì per esprimere un sentire comune solo sul ragionare pratico, su valori promananti quasi da un istinto, mentre il pensiero clericale con gli annessi valori organizzati, necessita di una legge scritta, quella legge non modificabile che determinati testi, depositari di assertività superumana, sacri appunto, hanno tramandato nel tempo.   E coloro che di questa assertività si fanno paladini ed interpreti trascurano contraddittoriamente il fatto che la stessa legge sacra ha subito, nel corso dei secoli, varie e contrastanti interpretazioni.   Ma il testo fa solo l’ultima interpretazione del sacro e il relativismo che si vuole gettare in faccia come colpa ai non fedeli, ai non credenti per quanto essi ancorino i valori alla ragione critica, dovrebbe invece esser con più sostanza ribattuto ai dogmatici che nel corso di tanti secoli hanno tante volte mutata l’interpretazione del loro stesso sacro.      Non c’è dunque una vera contrapposizione di metodo tra pensiero laico relativistico, cioè soggetto a perenne confronto e verifica, e pensiero clericale o dogmatico:  se il primo adotta il metodo critico che lo sottomette ad un divenire storico, il secondo crede di fondarsi su una incrollabile, non modificabile verità rivelata.  In realtà la cogenza dei tempi, la forza del criticismo, anche se lenta, obbliga a sempre nuove interpretazioni del sacro e le varie definizioni dogmatiche da Urbano VIII a Pio IX e oltre vengono schiacciate, se non ridicolizzate, dalla storia, dalla scienza, dalla politica.    Solo i fideisti, i credenti pensano di conservare intatta la sostanza mentre non ne colgono le contraddizioni oppure si industriano ad adattare i dogmi al presente;  in pratica si rifiutano giustamente le proposizioni irricevibili del Sillabo di Pio IX, ma non si ha la coerenza di rifiutare quell’infallibilità papale che del Sillabo è premessa e sostanza.  Il pensiero laico sfugge alle contraddizioni della storia solo perché non ha verità intoccabili né autorità assolute ma è continuo “work in progress”, ricerca e confronto, pensiero in quel campo, l’etica, dove sembra più difficile ammettere il relativismo storico.  Relativismo non significa assenza dei valori e di necessità di regole.  Significa semplicemente discutere e decidere valori e regole nel tempo con tutta la comunità, aperti alla dialettica e al confronto cioè nel contesto di quel “laos”, popolo, nell’ambito del quale si determinano i valori e le regole comuni.  Demandare al cleròs queste decisioni significherebbe resa e subordinazione ad una autorità, meglio ad un autoritarismo che in genere si fonda su strutture, su gerarchie che solo il tempo, la forza economica e politica e l’obbedienza rende plausibili e temute.

 

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 16/09/2009 alle ore 10:55


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