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Il caso di Eluana Englaro apre urgentemente un problema ormai indilazionabile

Di Mario Ruffin

 

L’incredibile e fuorviante diatriba mediatica, legale, morale, religiosa ed emotiva, ha quasi del tutto trasceso quella che ormai invece doveva essere l’analisi principale e lo studio sull’appropriatezza della attuale diagnosi legale di morte. Manca oggi drammaticamente una nuova definizione biologica dello “stato di morte” di un individuo ed è precisamente per questo che il caso Eluana ha scatenato polemiche devianti ed inopportune. Il livello attuale delle conoscenze ci permette di renderci conto che la morte è un fenomeno talmente legato alla vita da iniziare poco dopo il concepimento, con la perdita di cellule, la cui durata di vita è programmata in giorni o mesi, come appare evidente per le cellule del sangue, o per quelle dell’intestino, della cute, ecc. ecc. (Ciò comincia ad avvenire addirittura anche prima del concepimento, con lo spreco e la morte di miliardi di gameti aploidi vettori di DNA che non possono non essere definiti “progetto di vita”, proprio come l’uovo fecondato diploide, checché ne dicano alcuni predicatori integralisti. Muore per esempio precocemente anche il “globo polare”, che viene abortito dopo la meiosi dell’oocita di II° ordine nella donna). Miliardi di cellule intestinali defunte vengono ogni giorno evacuate con le feci. Ma la vita di alcune cellule può persistere anche dopo la morte legale dell’individuo (come succede con i follicoli piliferi che possono produrre peli di barba anche dopo la sepoltura). Così oggi anche un corpo in stato di decerebrazione totale può essere tenuto in una cosiddetta “vita” (parziale), mediante tecniche adeguate nei reparti di rianimazione. Nel passato lontano la morte veniva dichiarata dal medico con l’esposizione di uno specchio davanti alle vie respiratorie (l’offuscamento testimoniava che il paziente respirava ancora). Era considerato ovvio che l’arresto dello scambio di gas respiratori (Ossigeno ed Anidride carbonica) determinava l’arresto del cuore e la morte del cervello. Più tardi si capì che il fenomeno poteva essere testimoniato anche dall’arresto del polso cui conseguiva l’arresto della respirazione. Il monitoraggio dell’elettrocardiogramma continuo sul display delle unità coronariche o delle terapie intensive rendono evidente il fenomeno degli arresti cardiaci prima che respiratori o viceversa. Il neurone cerebrale non sopporta e muore quando una anossia si protragga per oltre 5 o 10 minuti. L’attuale legislazione definisce la morte cerebrale come la scomparsa di potenziali elettrici dall’Elettroencefalogramma (EEG) per la durata di 30 minuti dopo 6 ore dalla presunta dipartita. Essa viene pronunciata da una equipe costituita da un Anestesista rianimatore, un Neurofisiologo (o un Neurologo o un Internista) ed un Medico legale, che svolgono delle ben definite manovre attinenti alla semeiologia neurologica. Questo schema fu definito quaranta anni or sono ad Harward per fissare i criteri necessari al fine di poter procedere al prelievo di organi per i trapianti, esso porta infatti il nome di “Protocollo di Harward”. La necessità di disporre di organi viventi provenienti da una persona “deceduta” ha fatto adottare quel criterio. Un corpo mantenuto artificialmente in vita nei reparti di rianimazione mediante la ventilazione meccanica, l’idratazione, l’alimentazione, la stimolazione cardiaca artificiale (mediante pace macker artificiale) viene ritenuto legalmente morto, pur mantenendo dei riflessi spinali da “decerebrazione”, per il fatto che l’EEG è piatto. Una rana decapiata infatti mantiene appunto dei riflessi “spinali”. Così sull’uomo decerebrato (per una qualsiasi causa patologica) possono essere evocati dei riflessi “spinali” (questi sono dovuti alla sopravvivenza nel midollo spinale di motoneuroni, detti “secondi neuroni”, quando siano scollegati dai “primi motoneuroni” corticali morti). Se è viva la porzione di corteccia che presiede al movimento (detta prerolandica) occupata dai primi motoneuroni, i riflessi periferici evocabili semeiologicamente sono ben diversi dai “riflessi spinali da decerebrazione”. Queste nozioni sommariamente esposte fanno porre una domanda: Che cosa deve mancare ad un corpo perché possa definirsi in modo corretto, secondo le ultime acquisizioni neurofisiologiche, veramente ed irreversibilmente, “legalmente” morto? Molti come me pensano che questa definizione debba sottintendere che deve essere definitivamente ed irreversibilmente distrutta la coscienza: la coscienza di esistere, la coscienza del dolore fisico, la cultura, il linguaggio e la parola, lo stato vigile anche se alienato o demente, i riflessi corticali (non “spinali”). da “primo neurone”. La coscienza, come la identificazione delle sensazioni (tutte) ed il movimento volontario, ha sede nella Corteccia Cerebrale. Alcune strutture relativamente antiche, nella filogenesi evolutiva come l’ippocampo, il sistema libico, il diencefalo, presiedono alla vita vegetativa ed alla emotività. Altri nuclei della base del Cervello (il talamo ecc.) smistano e correlano le sensazioni alla corteccia. E’ possibile che queste ultime strutture determinino sensazioni imprecisate al soggetto anche se è privato della corteccia (sensazioni però non coscienti). Tutte queste strutture quando siano viventi emettono potenziali di azioni alla registrazione di Elettroencefalogrammi. La Corteccia detta Pallio (da Pallium = mantello) crea e custodisce in definitiva la personalità di ciascuno. L’assenza di corteccia può configurare quegli Stati Vegetativi Persistenti (SVP) o comi apallici, in cui la “persona” può dirsi “morta”. Ma vi sono altre strutture più basse che hanno sede nel tronco encefalico (il midollo allungato ed il mesencefalo) e che sono endocraniche: sono i nuclei delle dodici paia dei nervi cranici che sono motoneuroni o neuroni sensitivi e che riguardano strutture muscolari e strutture sensoriali della testa (i muscoli faciali e della galea capitis, le sensazioni termiche e dolorifiche, la vista, il gusto, l’olfatto, l’udito, l’equilibrio, i muscoli respiratori ecc.). Ancor più importanti sono poi sempre nel tronco encefalico i centri vitali cardiorespiratori preposti al controllo della frequenza e della profondità del respiro la cui funzione è notoriamente vitale. Anche queste strutture mandano potenziali elettrici all’elettroencefalogramma. Ma in caso di decerebrazione può essere che abbiano potuto sopravvivere e che in assenza di corteccia esse abbiano potuto continuare a dare riflessi mimici o addirittura a mantenere il respiro e l’attività cardiaca. A tutto ciò consegue che un soggetto con corteccia, annessi limbici, ippocampali e nuclei della base morti, possa avere però ancora integri i nuclei dei nervi cranici del midollo allungato (bulbo e mesencefalo). In questo caso il paziente in coma apallico o in stato vegetativo persistente, può mostrare all’elettroencefalogramma potenziali d’azione presenti per quanto deboli. l’Elettroencefalogramma non sarà piatto e addirittura potranno notarsi movimenti mimici (mal interpretabili dal profano). Ciò fa si che il paziente venga definito burocraticamente “vivo” secondo il protocollo di Harward, anche se in realtà la sua “Persona” è morta. Vi sono certamente oggi mezzi tecnici come la Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) o la Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) marcata con fluoroglucosio, che possono definirci con precisione quali sono le strutture vive e quali sono invece quelle morte nel cervello in esame. Gruppi di studiosi oggi stanno affrontando questa ardua tematica. Quella cioè di dare una nuova definizione legale allo stato di morte. Il caso di Eluana Englaro potrebbe essere perciò ascrivibile ad uno stato apallico di morte corticale, con nuclei del tronco encefalico e con il diencefalo ancora viventi, e capaci di inviare elettroni all’elettroencefalografo, di mostrare riflessi, ed anche attività endocrina persino sessuale (mestruazioni) . Secondo il protocollo di Harward perciò Eluana era forse burocraticamente “viva”. Una nuova definizione neurofisiologica della morte, dovrà perciò fornirci una definizione più veritiera sullo stato del suo cervello e definire pertanto come “morte” lo stato in cui si trovava prima della sospensione delle pratiche rianimatorie (perché in tale categoria terapeutica dovrebbe essere intesa l’alimentazione mediante sonda di un corpo la cui corteccia cerebrale sia morta).

 

Mario Ruffin

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 08/03/2009 alle ore 00:01


Commenti

29/12/2010 08:16 - NON SO CHE COS'è ha scritto:

Molto ben scritto ed argomentato. Segnalo un piccolo inspiegabile errore : si scrive HARVARD e non HARWARD.


gIUSEPPE


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