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LE PENE GIUDIZIARIE

di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it

 

Cesare Beccaria (1738-1794) nel trattato: “Dei delitti e delle pene” sostenne l’inumanità e l’inutilità della tortura, visto che, sotto la sofferenza della tortura, si confessavano delitti mai commessi. Per certi aspetti, la tortura somiglia all’ordalia germanica, mirante a stabilire la colpevolezza dell’imputato, con la prova del fuoco, del ferro rovente, dell’acqua bollente o dell’acqua fredda.

Beccaria con la sua opera contribuì all’abolizione della pena di morte, alla mitigazione della giustizia e delle pene, sostenne il principio: “Nullum crimen sine lege”, concedendo con ciò spazio al diritto positivo contro l’arbitrio personale dei potenti. Il suo libro era un atto d’accusa contro le atrocità giudiziarie, cioè tortura, denunce segrete, pena di morte e procedura penale in genere; Beccaria volle che la tortura fosse tolta dagli interrogatori giudiziari.

Tuttavia, ancora oggi, gli stati continuano a praticare la tortura, evidentemente non la ritengono inutile, sanno che se dei torturati non parlano perché non sanno niente, altri sanno ma non parlano perché sono degli eroi, altri parlano e forniscono informazioni utili. Non è un mistero, che alcuni torturati, liberati dal carcere, hanno poi confessato, vergognandosi, di aver parlato sotto tortura; le informazioni errate fornite da torturati, sono verificate con altre informazioni estorte ad altre persone.

Tortura viene da tortus o torcere, è coercizione fisica fatta con strumenti di supplizio, con lo scopo di ottenere confessioni e informazioni; è oppressione fisica e psichica ma non brutalità fine a se stessa, perché è utilizzata dallo stato per il fine della confessione e dell’informazione su fatti per esso di rilevanza penale; la adottarono antichi, Inquisizione ed è ancora praticata in tanti stati.

La pena di morte era tanto diffusa nell’antichità perché i popoli nomadi non avevano le carceri e l’applicavano per tanti reati, allora la gradazione delle pene era minore do oggi; altre pene minori erano la mutilazione, il bando ed il risarcimento. Sono stati nomadi, ebrei, greci, germani, arabi, mongoli, turchi, cioè praticamente tutti i popoli; senza nomadismo, gli uomini non sarebbero arrivati in America e in Australia, quindi gli uomini portano un po’ nel DNA l’inclinazione ad applicare questa pena, che spesso non è condivisa solo da stati autoritari, ma anche dalla gente.

Da parte della sinistra, si è contestata anche la potestà punitiva in genere dello stato; cioè, oltre la tortura e la pena di morte, anche i lavori forzati e la carcerazione. A tal fine, alcuni filosofi avevano proposto di dare dei premi a chi si comportava bene invece di punire i rei, perché gli uomini erano determinati nelle loro azioni da problemi psicologici, sociali, culturali e familiari, e quindi irresponsabili.

Recentemente in Italia si è puntato anche su pene alternative alle carceri, a causa del sovraffollamento delle stesse, che richiedono periodiche amnistie, indulti e grazie; però questa materia deve essere esplorata con intelligenza, un giudice ha condannato uno studente, che aveva danneggiato una scuola, a studiare, invece avrebbe potuto condannarlo a fare il manovale durante i lavori di ricostruzione.

Sta di fatto che i parenti delle vittime e la società reclamano una vera pena per rei, reclamano la punizione dei colpevoli, oggi concepibile in Italia solo con la detenzione; secondo i punti di vista, la detenzione sembra obbedire a quattro scopi, la correzione del condannato, la vendetta della società, il profitto dello stato e l’isolamento del reo.

La rieducazione dei condannati non ha sempre successo, soprattutto se si parte del dato che l’uomo è determinato nelle sue azioni; è inutile sostenere che un pedofilo condannato è stato rieducato in carcere perché si è comportato bene in attività amministrative, bisogna metterlo a contatto con bambini per verificarlo; è inutile sostenere che chi uccide per distrazione esce rieducato dal carcere, perché si è comportato bene durante la detenzione.

La vendetta è reclamata dalla società e dai familiari delle vittime, lo stato, quando stabilisce delle norme che qualificano dei fatti come reati, punibili con la detenzione, è tenuto a costruire le relative carceri, oppure deve depenalizzare norme e prevedere sanzioni alternative, perché la gente reclama pene certe e non amnistie.

La stato ha fatto profitto del lavoro dei condannati, facendoli lavorare gratuitamente nelle navi, nelle manifatture o nelle miniere, mentre alle vittime era riservato, invece del risarcimento, la soddisfazione di veder condannato il reo.

L’isolamento del recluso ha una sua logica, la società chiede di essere protetta da certi criminali e li vuole isolati dal contesto sociale, il che però non significa che le carceri devono essere inumane. A tale proposito, bisogna ricordare che le carceri italiane non sono le peggio del mondo, se i fabbricati sono vecchi, sono stati ristrutturati, in Italia pesa soprattutto il problema del sovraffollamento.

Per quanto riguarda il sistema carcerario italiano, esistono delle curiosità, il lavoro forzato è stato abolito, però le norme affermano che il lavoro in carcere è obbligatorio, perché ha il fine della rieducazione. Di fatto, poiché questo lavoro, anche se con basse remunerazioni, generalmente non esiste per tutti, possono lavorare solo i raccomandati; è la solita schizofrenia dello stato italiano; nelle carceri si lavora per i servizi interni o per imprese appaltatrici esterne.

Bisogna sapere che in Italia un detenuto, con raccomandazione, può essere trasferito in un altro carcere o in una cella migliore, con detenuti più civili. Nelle carceri esiste biblioteca, televisione, cinema, infermeria, chiesa, campo di calcio, officina; se i detenuti lavorano e fanno attività ricreative, sono rinchiusi in cella solo la notte, sono curati e nutriti e nessuno esce dal carcere malnutrito; la mensa delle carceri non è inferiore, per qualità, a quella degli ospedali.

Le celle ospitano circa tre detenuti, dotate di water, lavandino, radio, fornello, dove si può cucinare la roba acquistata in sopravvitto; oltre la mensa per tutti, i detenuti, con il ricavato del loro lavoro, acquistano altri generi dall’esterno, ricevono aiuti anche dai familiari.

Al paragone e riguardo a questi aspetti, i militari di leva, con i loro cameroni ed i letti a castello erano trattati peggio. In passato, i detenuti erano reclusi effettivamente e non avevano diritto alla libera uscita, oggi anche loro hanno la possibilità di uscire dal carcere per lavorare.

Le carceri sono divise in sezioni e queste in braccia, ogni braccio ha una guardia di sorveglianza, perciò è forte la richiesta di personale, altre guardie sono all’ingresso del carcere e sul muro di cinta. Tante volte la televisione ha affermato che gli agenti di custodia sono pochi, però senza spiegare perché.

Se un carcere con 120 detenuti ha 60 agenti, non paiono pochi, se i tedeschi avessero avuto lo stesso rapporto nei campi di concentramento non avrebbero avuto uomini per combattere; d’altra parte, accade spesso che lo stato, a causa della sua organizzazione, serve più a dare lavoro che un servizio.

Consideriamo che i 60 agenti vanno divisi in tre turni più un quarto per ferie, malattie e concedi, il che significa che gli agenti si riducono a 15; di questi, almeno cinque sono distolti dal servizio come addetti all’amministrazione, autisti del tribunale, ecc., quindi arriviamo a 10.

E’ il minimo per carceri fatte con l’architettura che si conosce, cioè con i suoi gironi che si vedono nei film americani e italiani. Si afferma, salomonicamente, che, se non si distogliessero questi agenti dal loro servizio, sarebbe  necessario assumere personale civile, ignorando che spesso il personale civile costa allo stato meno di quello militare

Però le carceri avrebbero potuto essere progettate anche in maniera diversa, cioè più aperte all’interno ma con forte sorveglianza esterna, cioè con recinzioni e torrette; concedendo ai detenuti più libertà di movimento all’interno, si può risparmiare molto personale. A parte i locali adibiti ai servizi, i detenuti potrebbero essere alloggiati in camerette singole o plurime; inoltre, il lavoro dovrebbe essere garantito a tutti.

Nelle carceri italiane, a causa della scarsa recettività, non finiscono più i piccoli delinquenti; tuttavia, si afferma spesso che in carcere ci sono tanti detenuti in attesa di giudizio, ma ci si riferisce ai detenuti appellanti ma già condannati in primo grado. In altri paesi, i condannati in primo grado sono considerati definitivi e non in attesa di giudizio, anche se si possono appellare; i nostri numerosi gradi di giudizio servono ad incrementare il lavoro degli avvocati, la sentenza definitiva arriva dopo molti anni.

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 20/12/2008 alle ore 17:19


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