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La Scolastica marxista non vuole morire

La classe operaia è antagonista della borghesia? Se si dice che date le sue diverse condizioni di vita la classe operaia possa, date particolari situazioni, contrastare o sollevarsi contro la borghesia, si può condividere. Ma storicamente le cose stanno diversamente. La rivoluzione d’Ottobre non è scoppiata dove era prevedibile e prevista, ma nel paese meno industrializzato d’Europa, e conseguentemente con una classe operaia molto esigua, addirittura percentualmente inconsistente rispetto alla popolazione. E’ divampata e si è svolta nel nome della classe operaia, ma la sua partecipazione è stata minoritaria ed è stata eterodiretta da politici e intellettuali. Il potere, poi, è passato rapidamente dalle mani dei politici di professione ad uno spietato tiranno. E il bilancio di quella titanica esperienza è fra i più disastrosi e fallimentari della storia. La classe operaia è stata considerata protagonista e levatrice di storia da Marx e, per sua influenza, così si è ritenuto per buona parte del "secolo breve". Nei paesi industrializzati era molto numerosa, forse la più numerosa, e tutto faceva presagire un suo ulteriore ampliamento. La profezia di Marx, infatti, prevedeva pochi capitalisti sempre più ricchi e potenti a fronte di una massa sempre più vasta di proletari. La prima parte della profezia si va avverando, la seconda no. La classe operaia ormai è in declino per numero e centralità politica. Il mito del proletariato salvatore del mondo e portatore di giustizia è ormai anacronistico e obsoleto. Si può essere convinti che anche Marx, oggi , di fronte alla realtà profondamente mutata non vi farebbe più affidamento. Domandiamoci per chi ha votato, nel 2001, quello che resta della classe operaia. Ha votato per Berlusconi e , forse, continuerà a farlo. Sono del 27 febbraio 2006 i risultati di un sondaggio, pubblicato da "La Repubblica": solo il 7% dell’elettorato dell’Ulivo è costituito da operai specializzati e comuni. Una percentuale pari a quella degli imprenditori e liberi professionisti (al 6%). Questo ci insegna che non bisogna assolutizzare il ruolo di una classe attribuendole, chi sa per quale provvidenza laica agente nella storia, la salvezza dell’umanità. Non è vero, infatti, che sempre e comunque l’essere crea la coscienza, come sostiene Marx. E’ solo un prerequisito. Occorrono, ancora, la cultura (il popolo incolto può esprimere solo un ribellismo perdente alla Masaniello), l’organizzazione, i capi carismatici, e, soprattutto, le congiunzioni favorevoli hic et nunc. L’uomo, sempre insoddisfatto, per sperare nel futuro, si è inventato nei tempi un salvatore, individuandone uno sempre diverso. Nell’antichità: un dio sceso in terra; nel medioevo: il cavaliere senza macchia e senza paura, i cavalieri della tavola rotonda; nell’età moderna: la classe operaia; poi, nel 68, la donna, i giovani. Solo gli ebrei sono rimasti fedeli a se stessi: da millenni continuano ad attendere il messia. Oggi siamo a corto di miti, ma non per questo possiamo riciclare i vecchi. Questi discorsi, che si attardano a coltivare vecchie promesse tramutatesi in tragedia, ricordano le dotte, dottissime, diatribe sul sesso degli angeli che impegnavano i più grandi intellettuali della Scolastica. Berlusconi non si perde nelle disquisizioni da Scolastica marxista, ma con la sua straordinaria capacità di parlare alla gente, indistintamente borghesi e operai, utilizzando al meglio i mezzi di comunicazione di massa, con la più sfrontata demagogia promette "tutto a tutti". Ha conquistato il potere a man bassa con maggioranze parlamentari che nemmeno i democristiani alla loro età dell’oro e, forse, si appresta a fare il bis. Gli sarebbe stato facile se avesse avuto la libertà di imperversare fino alla fine sui teleschermi. Egemonia culturale la sua?

Dove sono finiti gli steccati culturali, etici e antropologici fra le classi sociali? Sono oltre trent’anni da quando Pasolini ha individuato e denunciato il fenomeno dell’omologazione delle classi: seguono la stessa tv e si appassionano degli stessi programmi, usano lo stesso linguaggio, si acconciano in maniera identica così come vuole la moda, si infiammano per lo stesso sport (per la stessa squadra: Berlusconi proprietario-presidente e Bertinotti tifoso), fanno le stesse vacanze più o meno esotiche......

Su una cosa il Prof Catalfamo ha ragione: non trasformiamo "il pensiero di Russell in una nuova "religione" portatrice di verità assolute". Per l’appunto, il grande Russell si sbagliava a proposito dell’Unione sovietica. Forse non sapeva della svolta tirannica che stava prendendo la rivoluzione nelle mani di Stalin. D’altra parte fu il ’30, proprio l’anno della pubblicazione del libro citato che Stalin dette inizio alle famigerate "purghe". Il filosofo, un uomo buono, pacifista, nemico di ogni intolleranza, figurarsi della violenza, avrebbe alzato la sua autorevole voce di condanna, di dura condanna. Non avrebbe assolutamente usato quei toni trionfalistici se avesse saputo che milioni di persone, tanti scienziati e uomini di cultura, dei quali molti avevano creduto nella rivoluzione, cominciavano a crepare come cani nei gulag. Se possiamo comprendere Russell perchè non sapeva quello che diceva, non possiamo perdonare chi, oggi, pur sapendo, chiude gli occhi sugli esiti criminali di una rivoluzione che aveva scaldato i cuori e dato una speranza di palingenesi al mondo intero.

Felicità ? Se ci fu, per dirla con il poeta, tosto " tramutossi in pianto".

Ezio Pelino

Articolo inviato Eripac il giorno 11/05/2006 alle ore 00:00


Commenti

04/08/2006 21:40 - anonimo ha scritto:

Su questo tema ho detto la mia nel lungo (forse troppo) articolo presente nel sito con il titolo "ANTICONFORMISMO"
Mario Ruffin


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