IL SINDACATO ALLA DERIVA
Seconda parte
di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it
In Italia migliaia di ex ferrovieri percepiscono la pensione da 40
anni, il garantismo sindacale protegge gli insegnanti assenteisti, sono pochi i
provvedimenti disciplinari e pochi gli espulsi tra gli insegnanti. Chi si è
appropriato di soldi è stato sospeso solo per sei mesi, chi ha commesso degli
abusi sessuali e stato sospeso dalla retribuzione per due mesi e poi è stato
trasferito ad altra scuola.
Le cattedre universitarie sono vinte dai figli dei baroni universitari,
agli ospedali accade la stessa cosa, è questo il delirio dinastico di potere,
con il benestare del sindacato, che premia i suoi uomini ed è presente nelle
commissioni di concorso.
I concorsi truccati calpestano i diritti altrui, i concorsi
riconosciuti taroccati non sono annullati; ai concorsi, sostenuti enfaticamente
dai sindacati, per combattere la discrezionalità dell’amministrazione nella
politica del personale, si scartano i migliori. Enrico Fermi fu bocciato ad un
concorso, Ettore Maiorana partecipò ad un concorso in cui la terna dei
vincitori era già decisa in partenza.
In Italia esistono persone che sono docenti a tempo pieno
all’università e direttori a tempo pieno al CNR. I concorsi ospedalieri sono
truccati ed il direttore generale ha carta bianca nelle promozioni, dietro di
lui sono i partiti e i sindacati. Nel 2003 a Francavilla Fontana, provincia di
Brindisi, tra i 27 vincitori di un concorso, 22 erano parenti di politici.
In barba alla riforma Dini ed all’articolo tre della costituzione, i
dipendenti del senato hanno ancora la scala mobile, pari al tasso d’inflazione
più lo 0,75%, i loro vitalizi sono agganciati allo stipendio e possono andare
in pensione a 53 anni.
La spesa pubblica è
cresciuta anche perché ogni partito di governo doveva fare assunzioni, i
sindacati premevano per le assunzioni e per i miglioramenti ai dipendenti
pubblici, già meglio pagati di quelli privati e con possibilità di andare in
pensione prima. In Italia, l’alta burocrazia è alleata con il sindacato e con i
partiti statalisti.
I gangli del potere
accademico, giornalistico, scientifico e dei magistrati sono stati appaltati
agli amici del regime, ciò ha degradato il nostro mondo culturale, finito nelle
mani di pseudo-intellettuali, disposti a prostituirsi alla convenienza
politica. Quando si tratta d’assunzioni e promozioni, ministri, politici e
sindacalisti hanno la loro compartecipazione, il concorso è solo una formalità.
Alla torta della cooperazione hanno avuto accesso anche i sindacati
confederali, per formare sindacalisti, per creare osservatori sul lavoro; la UIL
era stata finanziata per l’addestramento di quadri sindacali in Somalia, quando
Siad Barre non tollerava scioperi e prevedeva la pena di morte per chi li
promoveva. La CGIL ha addestrato a questi compiti nove uomini di Beirut che per
metà sono rimasti in Italia e metà sono andati in America.
Risultati negativi hanno avuto parimenti le Ong d’ispirazione sindacale,
che hanno sperperato le risorse, nel 1994 l’ex presidente albanese Fatos Nano
ha dichiarato in tribunale che su venti miliardi destinati da Gianni De Michelis
all’Albania, solo la metà arrivò in Albania; De Michelis rispose che era
normale, perché l’altra metà serviva a pagare le spese.
Le pensioni medie dei dipendenti della regione Sicilia sono del 50%
superiori a quelle degli statali; i corsi di formazione professionale,
sostenuti dalla regione e dai sindacati, servono a mantenere seimila formatori.
Secondo il garantismo del mondo del lavoro, un invalido di Modica non può
svolgere un normale lavoro, però può partecipare a tornei di tennis.
La precarietà di metà dei
lavoratori italiani è conseguenza dell’eccesso di regolamentazione, della
tassazione e dell’iperprotezione dell’altra metà; negli stabilimenti della Nissan
della Gran Bretagna il salario è il doppio che in Italia, è diverso però il
contratto di lavoro, inoltre lì non si sciopera. In Italia, Alitalia e
trasporti sono paralizzati dagli scioperi, inesistenti negli altri paesi, in
Gran Bretagna ed in Germania i controllori di volo, diversamente che in Italia,
non scioperano mai.
In Italia non si riesce a
spostare l’interesse dal contratto collettivo a quello aziendale, come hanno
fatto all’estero, i contratti in deroga non necessariamente sono peggio di
quelli nazionali. Quando le imprese sono in crisi, per evitare licenziamenti,
il sindacato italiano richiede l’intervento della pubblica amministrazione e
chiede aiuti pubblici; per esso la cassa integrazione è meglio che cambiar
posto, anche nelle regioni dove si trova sicuramente.
I patronati sindacali
incassano dallo stato tanto denaro per assistere i lavoratori alla vigilia
della pensione. Per la formazione professionale, i sindacati gestiscono gran
parte dei miliardi stanziati dalla Unione Europea e dalle regioni; il sindacato
dei pensionati della CGIL è il più grande d’Europa, con tre milioni d’iscritti.
Il 3.12.1906 in Italia nacque il primo contratto collettivo di lavoro,
stipulato dalla Fiom, erano assunti in fabbrica solo i lavoratori iscritti al
sindacato, che quindi aveva il monopolio del collocamento, come sotto i
sindacati fascisti.
Oggi accade che i lavoratori, dopo aver ritirato la delega, continuano
a pagare la quota sindacale per circa un anno, il contributo mensile è pari
all’1% della paga base; pensionati, disoccupati e cassaintegrati pagano un
contributo ridotto, la trattenuta è effettuata dai datori di lavoro.
Un referendum radicale l’aveva abolita, ma fu ripristinata dai contratti
collettivi, la delega è a tempo indeterminato, cioè non prevede il rinnovo ma è
revocabile. La legge 262/ 2006, commissionata al parlamento dal sindacato, come
fanno le lobby, prevede che, se un’impresa non versa i contributi al sindacato,
li versa al suo posto l’Istituto previdenziale, che si rivale poi sull’impresa
debitrice.
Nel 1919 nacque l’assicurazione obbligatoria di vecchiaia, con il
metodo della capitalizzazione, nel 1947 l’inflazione, seguita a due guerre
mondiali, avendo svalutato il capitale accantonato, portò al sistema a
ripartizione, poi nacque la pensione di reversibilità a favore della moglie
superstite, poi estesa, con sentenza, a favore del marito.
Nel 1957 nacque la pensione per coltivatori diretti; con un contributo
modesto, si concedeva la pensione a chi raggiungeva i limiti d’età, anche con
un solo anno di contribuzione; lo stato continuava ad appianare i debiti Inps,
aumentando il debito pubblico; in tutto 850.000 miliardi dal 1957 al 1981.
Nel 1965 Aldo Moro introdusse la pensione d’anzianità anche per il
settore privato, con 35 anni di lavoro. Nel 1967 la pensione era calcolata
sulla media degli ultimi tre anni di lavoro, nel 1982 sulla media degli ultimi
cinque, poi sugli ultimi dieci.
Nel 1973, per la pensione degli statali, erano richiesti 20 anni per i
maschi e 14 anni e mezzo per le donne sposate; successivamente, sentenze della
Corte Costituzionale, dei Tar e del Consiglio di Stato, favorevoli ad intere
categorie di lavoratori, hanno aperto voragini nei conti dello stato.
A parte la reversibilità, alcuni italiani ricevono più di una pensione,
nel 1997 la spesa pensionistica era pari al 15% del Pil, dal 2008 è andata a
regime la riforma Dini, che prevede per la pensione d’anzianità a 57 anni d’età
e 35 di contributi o 40 anni di contributi senza vincoli d’età; però alcune
categoria privilegiate hanno ancora trattamenti migliori, in violazione
dell’articolo tre della costituzione. Oggi l’età media di chi va in pensione è
di oltre 60 anni.
A volte in Italia gli scioperi, con la scusa di evitare i
licenziamenti, sono stati organizzati dalla confindustria, d’accordo con il
sindacato, per ottenere la mobilità lunga e i soldi dallo stato, poi però,
ottenuti i soldi, la riduzione di personale è avvenuta ugualmente, magari
bloccando il turnover. Anche la Fiat aveva trovato un accordo del genere con il
sindacato.
L’Alfa apparteneva all’Iri,
era afflitta da bassa produttività, alta conflittualità ed assenteismo; nel
1986, su pressione del sindacato, l’azienda in crisi fu ceduta alla Fiat, che
fu preferita alla Ford che aveva fatto un’offerta migliore, ma ventilava una
riduzione di personale.
L’Alfa fu quasi regalata
al gruppo Fiat, dal 1989 la Fiat iniziò a ridurne il personale, con
pensionamenti, dimissioni incentivate e cassa integrazione; nel 1997 i
dipendenti rimasti erano 4.000, rispetto ai 20.000 al tempo delle trattative
con la Ford. Nel 2002 la produzione automobilistica restante dell’Alfa fu
trasferita a Torino ed i lavoratori rimasti furono messi in cassa integrazione
straordinaria.
I lavoratori dell’Alfa
non sarebbero stati mai colpiti da disoccupazione, perché la zona aveva fame
d’operai qualificati, però i sindacati volevano soluzioni collettive, volevano
la cassa integrazione, volevano conservare la produzione automobilistica e
volevano che l’azienda appartenesse ad italiani.
Nel luglio del 2003 gli
operai d’Arese erano ancora 800, volevano restare insieme e continuare a
produrre automobili; fu firmato dai sindacati un accordo che previde la
produzione di mezzi di trasporto ecologici, come quelli ad idrogeno, che però
non ebbe seguito. Il 27.7.2003 il tribunale di Milano ordinò la riassunzione di
lavoratori messi in cassa integrazione irregolarmente, però i posti non c’erano
più.
Nel 2004 dai cassaintegrati fu respinta un’offerta di 200 licenze per
taxi, da parte del comune di Milano; i sindacati erano anche contro il progetto
d trasformare l’area in polo per interscambio merci, perché avrebbe fatto
aumentare l’inquinamento atmosferico.
Un’impresa di rottamazione s’impegnò ad assumere 70 operai di Arese,
per il recupero dei metalli dello stabilimento, poco dopo, due terzi di loro si
dichiarò inidoneo al lavoro, per disturbi fisici comprovati da certificati
medici, gli altri concordarono dimissioni incentivate; gli inidonei ricorsero
al giudice, per conservare il posto ed essere pagati senza lavorare, alla fine
anche loro accettarono l’esodo incentivato.
La cassa integrazione fu prorogata per tutto il 2004, la regione varò
per i cassaintegrati un programma di formazione professionale, assieme ad
un’indennità regionale, la Fiat mise a disposizione, per chi dava le
dimissioni, 20.000 euro. Il sindacato chiedeva all’amministrazione pubblica di
obbligare le imprese ad investire in progetti da esso approvati, comunque, i
lavoratori schivavano le nuove proposte di lavoro.
I sindacati non volevano lasciare ai padroni la scelta se la fabbrica
doveva rimanere aperta o doveva chiudere e non volevano chiudere industrie che
avevano una tradizione, ripetevano: “No ai licenziamenti”, anche per le aziende
in dissesto; per essi il rilancio della Fiat passava per lo stato, perciò lo
stato concedeva aiuti alla Fiat che, con questi meccanismi e d’accordo con il
sindacato, di soldi dallo stato ne ebbe parecchi.
La Gran Bretagna a metà degli anni 80 chiuse i suoi stabilimenti
automobilistici, in grandi difficoltà, e si aprì al capitale straniero, poi
tutti i maggiori gruppi automobilistici del mondo aprirono stabilimenti nel
paese, che oggi produce un milione e mezzo di vetture l’anno, poco meno
dell’Italia.
La Nissan voleva produrre ad Arese, per le sue infrastrutture e perché
l’Italia era in zona euro, a causa delle pregiudiziali sindacali, alla fine
decise di andare in Gran Bretagna, dove ha preteso la fine degli scioperi,
maggiore flessibilità, maggiore produttività, ha voluto anche un arbitrato
interno per le controversie di lavoro. L’Iri, cessata nel 2002, aveva
rifiutato di cedere l’Alfa Romeo alla Ford, anche per non creare concorrenti
interni alla Fiat.
Nel 1999 Nissan e Renault si accordarono, formando il quarto gruppo
automobilistico del mondo, le paghe degli operai inglesi della Nissan erano
mediamente il doppio di quelle italiane; gli operai avevano una previdenza
integrativa e un’assicurazione sanitaria aziendale, il lavoro straordinario era
pagato con una maggiorazione del 50%.
Sarà per questi meccanismi perversi che oggi i metalmeccanici italiani
si lamentano che le loro paghe sono le più basse d’Europa, inoltre, in Italia,
un quarto della forza di lavoro, a causa di rigidità e distorsioni di mercato, è
fatta di disoccupati permanenti e di lavoratori in nero.
Negli anni novanta la Fiat aprì a Melfi, in Basilicata, uno
stabilimento automobilistico di 10.000 dipendenti, altamente automatizzato; ben
resto ci furono conflitti contro il lavoro notturno e per la parità salariale
con il nord, dove la vita era più cara. Nel 1983 a Detroit la General Motors si
accordò con la Toyota per produrre un’utilitaria che fu un successo
commerciale, in precedenza anche questa azienda aveva sofferto di crisi, con
rigidità produttiva ed assenteismo.
Alla General Motors ci si accordò per la flessibilità e la riduzione
del salario fisso, collegando la retribuzione alla produttività, prevedendo la
partecipazione degli operai agli utili, si accettò anche il giusto motivo nei
licenziamenti; furono previsti premi collettivi e individuali, gli ambienti di
lavoro furono climatizzati, un rappresentante sindacale era presente ad ogni
livello decisionale.
I giapponesi della Nissan erano orientati per Arese, però volevano un
contratto aziendale indipendente da quello nazionale, mano libera nella
selezione del personale, la rinuncia allo sciopero, volevano che le controverse
di lavoro si decidessero in sede aziendale, con un collegio arbitrale.
A causa dell’atteggiamento del sindacato, l’accordo sfumò ed i
giapponesi abbandonarono l’Italia per la Gran Bretagna; i giapponesi furono
previdenti, i dipendenti dell’Alfa avrebbero avrebbero potuto fare loro causa,
rivendicando la differenza tra minimi retributivi del contratto nazionale e la
retribuzione aziendale ed il tribunale avrebbe accolto la loro richiesta. In
Italia, i contratti collettivi sono efficaci anche per i non iscritti ai
sindacati ed il contratto collettivo non è derogabile dall’azienda, mentre
quello aziendale, sul piano salariale, ha meno peso che all’estero.
Con un fisco più leggero e senza queste rigidità, tante imprese
emergerebbero dal lavoro nero, tante imprese lo farebbero volentieri, perché le
imprese che lavarono in nero crescono poco. Però sindacato e partiti sono
sordi a questi argomenti.
Nelle compagnie aeree straniere lo sciopero è raro, invece all’Alitalia
si è scioperato spesso e la società è in bancarotta, il sindacato non vuole che
sia liquidata, in essa si sciopera anche mettendosi in malattia, con regolare
certificato medico. Per la vendita dell’Alitalia, i sindacati, come hanno fatto
con l’Alfa, hanno posto condizioni che hanno fatto scappare gli acquirenti.
Questi dipendenti ricattano stato, azienda e utenti, che soffrono per i
disservizi, con danno per il turismo; anche se bisogna affermare che, in Italia
i datori di lavoro, in tutti i settori, seguendo una consuetudine ed una
ritualità, ritardano il rinnovo dei contratti di lavoro, favorendo così gli
scioperi.
All’Alitalia, azienda che ha sede alla Magliana, a Roma, piloti e
hostess guadagnano più della concorrenza ma lavorano meno, l’azienda è travolta
da scioperi, nel 1995 era la terza compagnia d’Europa; accumula perdite e
debiti, però trasporta gratis parlamentari e papa.
L’Alitalia ha un alto livello di sindacalizzazione, ha cancellato voli,
non ha rinnovato il parco aerei, i suoi dirigenti sono soggetti al sindacato;
parte del personale opera a Roma pur risiedendo a Milano, il che fa aumentare
le spese, l’assenteismo è più elevato che nelle altre compagnie.
All’Alitalia i passeggeri trasportati per dipendenti sono molti meno
che all’estero, nei salari spiccano indennità, premi di puntualità e spese per
trasferte; dipendenti, familiari e pensionati acquistano i biglietti con lo
sconto. I sindacati hanno fatto fallire gli accordi per una fusione di Alitalia
con Air One, KLM, Lufthansa, Aeroflot e Air France.
Alla Banca d’Italia, Mario Draghi voleva ridurre le filiali, riciclando
gli impiegati in eccesso negli uffici regionali, il sindacato reagì con uno
sciopero; il tasso di sindacalizzazione è dello 75% e un dipendente vi costa
2,8 volte più che nell’industria, invece in Inghilterra il rapporto è 1,4. La
Banca d’Italia ha 138 dirigenti per milione di abitanti, contro i 63 della
Spagna.
Nelle assunzioni della Banca d’Italia sono favoriti i figli dei
dipendenti, i dipendenti sospesi dalla retribuzione, a causa di comportamenti
illeciti, hanno diritto ad un assegno di mantenimento, a carico del fondo
pensioni; il cassiere trasferito ad altra mansione conserva l’indennità di
cassa.
Tutti hanno diritto ad un’indennità di residenza, maggiorata per i
coniugati; tra le voci della retribuzione, spiccano un’indennità di presenza,
un’indennità di rappresentanza, l’assegno di reggenza, l’indennità forfetaria,
quella per la sede disagiata, le maggiorazioni per le prestazioni notturne e il
rimborso per le spese di trasferimento, con il contributo al canone di
locazione. Le pensioni sono privilegiate ed in deroga alla riforma Dini.
La Banca d’Italia ha 106 filiali per 110 province, mentre la Banca
d’Inghilterra 11; svolge il servizio di tesoreria provinciale per lo stato e
per altri enti locali, non è più istituto di emissione ed ha rinunciato
volontariamente a controllare le banche ordinarie anche perché, altro caso di
conflitto di interesse, è controllata dalle banche.
Il governatore Mario Draghi voleva tagliare 30 filiali e creare una
sola filiale per regione, perciò esplose la protesta di dipendenti, sindacati,
dirigenti, assessori, sindaci, presidenti provinciali, parlamentari e prefetti;
per Cuffaro queste filiali erano presidi occupazionali e perciò andavano
tutelati; anche Padoa-Schioppa voleva portare le filiali della Banca d’Italia a
80 ma i sindacati giudicarono la proposta irricevibile.
L’Enav, ente di controllo al volo, per volontà dei sindacati, pratica
all’interno dell’azienda una selvaggia lottizzazione; ha 134 sindacati e 3000
dipendenti. Cinque iscritti ad un sindacato in sciopero hanno fatto cancellare
320 voli in un giorno; prima di andare in pensione, i suoi dipendenti sono
tutti promossi, con lo scopo di incassare una pensione più alta dall’Inpdap, in
contrasto con la legge Dini e con l’articolo tre della costituzione.
Questi controllori del volo, quasi tutti aderenti ad un sindacato,
fanno 37 ore di lavoro la settimana e, se lavorano la notte, hanno diritto al
riposo compensativo, costano in media 100.000 euro l’anno. Mentre all’estero
non scioperano, dal 2003 al 2006 in Italia hanno scioperato 153 volte, facendo
cancellare tanti voli.
All’inizio degli anni ’80, in Usa scioperarono 12.000 controllori di
volo e Ronald Reagan li licenziò tutti; i dipendenti Enav hanno ricevuto
biglietti Alitalia, a metà prezzo, in cambio della promessa di garantire la regolarità
della partenza dei voli Alitalia, ciò era lesivo verso le altre compagnie.
L’Enav è diventato il monumento del sindacato in carriera, i suoi
dirigenti sono tutti di origine sindacale e rappresentano le varie sigle
sindacali. Negli aeroporti, gli uomini radar hanno grande potere, l’Ente
Nazionale Assistenza al Volo ha come presidente un sindacalista della CGIL. Gli
stipendi degli uomini radar aumentano del 14% l’anno, anche in tempo di bassa
inflazione, la stessa generosità è prevista per i dirigenti e i consiglieri di amministrazione.
Nel 1999 il presidente Mancini trasformò 16 contratti di lavoro part-time
in assunzioni a tempo indeterminato; un informato giornalista del Corriere
della Sera denunciò che i beneficiari del provvedimento erano tutti figli di
dirigenti dell’ente, l’Enav è diventato un mostro do cooptazione. In compenso,
è finita la pacchia dei biglietti aerei in omaggio per i dipendenti e i loro
familiari, anche perché gli uomini radar non garantiscono la puntualità degli
aerei.
Le ferrovie sono scosse da scioperi senza sosta, invece nelle ferrovie
svizzere lo sciopero è raro, eppure i ferrovieri svizzeri sono pagati il doppio
dei loro colleghi italiani; in Svizzera, su ogni treno, c’è un solo
macchinista, in Italia due. Nelle ferrovie svizzere esiste la tregua sindacale,
invece in Italia, la guerra perpetua; con tante sigle sindacali, le agitazioni
sono frequenti.
L’azienda delle ferrovie ha tagliato l’organico del personale del
37,5%, però ha 90.000 dipendenti, tutti sindacalizzati; i biglietti costano
meno del resto d’Europa, ma i treni sono più lenti, più sporchi e non sono
puntuali.
Da Milano a Torino si impiegano 45 minuti più che nel 1939, da Milano a
Roma 51 minuti più che nel 1987; l’azienda è perennemente in deficit, con tante
assenze per permessi sindacali retribuiti. Vi si sciopera 166 giorni l’anno,
anche se su tratti regionali, per condurre il treno si usano due macchinisti,
in Europa uno.
Nelle ferrovie si lavora 36 ore la settimana, invece l’orario francese
è flessibile e annuale, i ferrovieri tedeschi sono soggetti al lavoro notturno
quando è loro richiesto; invece gli italiani hanno diritto a riposi
compensativi ed a premi di percorrenza. I sindacati sono contro la
liberalizzazione dei binari, perché i privati vi applicherebbero il contratto
di lavoro degli autoferrotranviari che costa meno.
L’Inps ho l’80% di iscritti al sindacato, tra i dirigenti la
percentuale è del 100%, l’assenteismo arriva all’30%, il sindacato difende
tutti i suoi iscritti, senza distinzione. In Italia, un quarto dei processi
civili è a carico dell’Inps che, senza effettuare controlli, ha pagato pensioni
anche ai defunti; l’Inps distribuisce buoni pasto e incentivi anche ai
dipendenti impiegati a tempo pieno nel sindacato.
I magistrati arrivano ai vertici degli uffici appoggiati dai segretari
di partito o dal sindacato di appartenenza. I posti di sostituto procuratore
sono lottizzati in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna componente
sindacale. Il 60% dei magistrati, per la nomina ai vertici degli uffici
direttivi, considera decisiva l’appartenenza al sindacato. Ai vertici della
Cassazione, della Corte d’Appello e del Consiglio superiore della magistratura
si arriva attraverso i sindacati; chi non s’iscrive stenta a fare una rapida
carriera.
Vi è la fuga dei magistrati dalle regioni meridionali, dove sono
inviati gli uditori in prima nomina, che possono chiedere il trasferimento dopo
due anni. Così lo stato ha abbandonato queste regioni alla criminalità. Nel
1999 D’Alema, per la riforma delle pensioni, chiese ai giudici un contributo di
solidarietà e perciò scoppiò il putiferio, le loro pensioni non si potevano
toccare, farlo significava attentare all’indipendenza della magistratura; i
sindacati dei magistrati fino ad oggi hanno impedito il ritocco delle loro
pensioni d’oro.
Nel 1999, all’Opera di Roma, il maestro Giuseppe Sinopoli gettò la
spugna perché sul suo progetto non c’era il consenso sindacale, in quattro anni
avevano fatto la valigia sei soprintendenti; sette sindacati si spartiscono i
501 dipendenti del teatro.
Sinopoli voleva moltiplicare le rappresentazioni perché le soste di 21
giorni, tra una rappresentazione e l’altra, erano troppo lunghe, voleva
raddoppiare l’orchestra, facendo anche assunzioni all’estero, voleva sostituire
degli orchestrali inadeguati, perciò fu accusato di prevaricazione e
autoritarismo. Alla Scala ci volle l’autorevolezza di Paolo Grasso per
convincere i sindacati a non opporsi alla cessioni dei diritti televisivi per
l’Otello.
Le poste, divenuta una spa, hanno 154.000 dipendenti, l’80% di essi
sono iscritti al sindacato, soprattutto Cisl, le lettere disguidate o
smarrirete sono tante; vi si lavora 36 ore alla settimana, con 21 giorni l’anno
di assenteismo a testa in media, si cerca di combatterlo con un’indennità di
presenza.
Fonti:
“A cosa serve il sindacato” di Pietro Ichino – Mondadori Editore,
“L’altra casta” di Stefano Livadiotti – Bompiani Editore,
“Lo spreco” di Gian Antonio Stella – Mondadori Editore,
“Guai a chi li tocca” di Antonio Galdo – Mondadori Editore,
“La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – Rizzoli Editore,
“Sprecopoli”di Maio Cervi e Nicola Porro – Mondadori Editore,
“La deriva” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – Rizzoli Editore.