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IL SINDACATO ALLA DERIVA

Seconda parte

di Nunzio Miccoli – numicco@tin.it

 

In Italia migliaia di ex ferrovieri percepiscono la pensione da 40 anni, il garantismo sindacale protegge gli insegnanti assenteisti, sono pochi i provvedimenti disciplinari e pochi gli espulsi tra gli insegnanti. Chi si è appropriato di soldi è stato sospeso solo per sei mesi, chi ha commesso degli abusi sessuali e stato sospeso dalla retribuzione per due mesi e poi è stato trasferito ad altra scuola.

Le cattedre universitarie sono vinte dai figli dei baroni universitari, agli ospedali accade la stessa cosa, è questo il delirio dinastico di potere, con il benestare del sindacato, che premia i suoi uomini ed è presente nelle commissioni di concorso.

I concorsi truccati calpestano i diritti altrui, i concorsi riconosciuti taroccati non sono annullati; ai concorsi, sostenuti enfaticamente dai sindacati, per combattere la discrezionalità dell’amministrazione nella politica del personale, si scartano i migliori. Enrico Fermi fu bocciato ad un concorso, Ettore Maiorana partecipò ad un concorso in cui la terna dei vincitori era già decisa in partenza.

In Italia esistono persone che sono docenti a tempo pieno all’università e direttori a tempo pieno al CNR. I concorsi ospedalieri sono truccati ed il direttore generale ha carta bianca nelle promozioni, dietro di lui sono i partiti e i sindacati. Nel 2003 a Francavilla Fontana, provincia di Brindisi, tra i 27 vincitori di un concorso, 22 erano parenti di politici.

In barba alla riforma Dini ed all’articolo tre della costituzione, i dipendenti del senato hanno ancora la scala mobile, pari al tasso d’inflazione più lo 0,75%, i loro vitalizi sono agganciati allo stipendio e possono andare in pensione a 53 anni.

La spesa pubblica è cresciuta anche perché ogni partito di governo doveva fare assunzioni, i sindacati premevano per le assunzioni e per i miglioramenti ai dipendenti pubblici, già meglio pagati di quelli privati e con possibilità di andare in pensione prima. In Italia, l’alta burocrazia è alleata con il sindacato e con i partiti statalisti.

I gangli del potere accademico, giornalistico, scientifico e dei magistrati sono stati appaltati agli amici del regime, ciò ha degradato il nostro mondo culturale, finito nelle mani di pseudo-intellettuali, disposti a prostituirsi alla convenienza politica. Quando si tratta d’assunzioni e promozioni, ministri, politici e sindacalisti hanno la loro compartecipazione, il concorso è solo una formalità.

Alla torta della cooperazione hanno avuto accesso anche i sindacati confederali, per formare sindacalisti, per creare osservatori sul lavoro; la UIL era stata finanziata per l’addestramento di quadri sindacali in Somalia, quando Siad Barre non tollerava scioperi e prevedeva la pena di morte per chi li promoveva. La CGIL ha addestrato a questi compiti nove uomini di Beirut che per metà sono rimasti in Italia e metà sono andati in America.

Risultati negativi hanno avuto parimenti le Ong d’ispirazione sindacale, che hanno sperperato le risorse, nel 1994 l’ex presidente albanese Fatos Nano ha dichiarato in tribunale che su venti miliardi destinati da Gianni De Michelis all’Albania, solo la metà arrivò in Albania; De Michelis rispose che era normale, perché l’altra metà serviva a pagare le spese.

Le pensioni medie dei dipendenti della regione Sicilia sono del 50% superiori a quelle degli statali; i corsi di formazione professionale, sostenuti dalla regione e dai sindacati, servono a mantenere seimila formatori. Secondo il garantismo del mondo del lavoro, un invalido di Modica non può svolgere un normale lavoro, però può partecipare a tornei di tennis.

La precarietà di metà dei lavoratori italiani è conseguenza dell’eccesso di regolamentazione, della tassazione e dell’iperprotezione dell’altra metà; negli stabilimenti della Nissan della Gran Bretagna il salario è il doppio che in Italia, è diverso però il contratto di lavoro, inoltre lì non si sciopera. In Italia, Alitalia e trasporti sono paralizzati dagli scioperi, inesistenti negli altri paesi, in Gran Bretagna ed in Germania i controllori di volo, diversamente che in Italia, non scioperano mai.

In Italia non si riesce a spostare l’interesse dal contratto collettivo a quello aziendale, come hanno fatto all’estero, i contratti in deroga non necessariamente sono peggio di quelli nazionali. Quando le imprese sono in crisi, per evitare licenziamenti, il sindacato italiano richiede l’intervento della pubblica amministrazione e chiede aiuti pubblici; per esso la cassa integrazione è meglio che cambiar posto, anche nelle regioni dove si trova sicuramente.

I patronati sindacali incassano dallo stato tanto denaro per assistere i lavoratori alla vigilia della pensione. Per la formazione professionale, i sindacati gestiscono gran parte dei miliardi stanziati dalla Unione Europea e dalle regioni; il sindacato dei pensionati della CGIL è il più grande d’Europa, con tre milioni d’iscritti.

Il 3.12.1906 in Italia nacque il primo contratto collettivo di lavoro, stipulato dalla Fiom, erano assunti in fabbrica solo i lavoratori iscritti al sindacato, che quindi aveva il monopolio del collocamento, come sotto i sindacati fascisti.

Oggi accade che i lavoratori, dopo aver ritirato la delega, continuano a pagare la quota sindacale per circa un anno, il contributo mensile è pari all’1% della paga base; pensionati, disoccupati e cassaintegrati pagano un contributo ridotto, la trattenuta è effettuata dai datori di lavoro.

Un referendum radicale l’aveva abolita, ma fu ripristinata dai contratti collettivi, la delega è a tempo indeterminato, cioè non prevede il rinnovo ma è revocabile. La legge 262/ 2006, commissionata al parlamento dal sindacato, come fanno le lobby, prevede che, se un’impresa non versa i contributi al sindacato, li versa al suo posto l’Istituto previdenziale, che si rivale poi sull’impresa debitrice.

Nel 1919 nacque l’assicurazione obbligatoria di vecchiaia, con il metodo della capitalizzazione, nel 1947 l’inflazione, seguita a due guerre mondiali, avendo svalutato il capitale accantonato, portò al sistema a ripartizione, poi nacque la pensione di reversibilità a favore della moglie superstite, poi estesa, con sentenza, a favore del marito.

Nel 1957 nacque la pensione per coltivatori diretti; con un contributo modesto, si concedeva la pensione a chi raggiungeva i limiti d’età, anche con un solo anno di contribuzione; lo stato continuava ad appianare i debiti Inps, aumentando il debito pubblico; in tutto 850.000 miliardi dal 1957 al 1981.

Nel 1965 Aldo Moro introdusse la pensione d’anzianità anche per il settore privato, con 35 anni di lavoro. Nel 1967 la pensione era calcolata sulla media degli ultimi tre anni di lavoro, nel 1982 sulla media degli ultimi cinque, poi sugli ultimi dieci.

Nel 1973, per la pensione degli statali, erano richiesti 20 anni per i maschi e 14 anni e mezzo per le donne sposate; successivamente, sentenze della Corte Costituzionale, dei Tar e del Consiglio di Stato, favorevoli ad intere categorie di lavoratori, hanno aperto voragini nei conti dello stato.

A parte la reversibilità, alcuni italiani ricevono più di una pensione, nel 1997 la spesa pensionistica era pari al 15% del Pil, dal 2008 è andata a regime la riforma Dini, che prevede per la pensione d’anzianità a 57 anni d’età e 35 di contributi o 40 anni di contributi senza vincoli d’età; però alcune categoria privilegiate hanno ancora trattamenti migliori, in violazione dell’articolo tre della costituzione. Oggi l’età media di chi va in pensione è di oltre 60 anni.

A volte in Italia gli scioperi, con la scusa di evitare i licenziamenti, sono stati organizzati dalla confindustria, d’accordo con il sindacato, per ottenere la mobilità lunga e i soldi dallo stato, poi però, ottenuti i soldi, la riduzione di personale è avvenuta ugualmente, magari bloccando il turnover. Anche la Fiat aveva trovato un accordo del genere con il sindacato.

L’Alfa apparteneva all’Iri, era afflitta da bassa produttività, alta conflittualità ed assenteismo; nel 1986, su pressione del sindacato, l’azienda in crisi fu ceduta alla Fiat, che fu preferita alla Ford che aveva fatto un’offerta migliore, ma ventilava una riduzione di personale.

L’Alfa fu quasi regalata al gruppo Fiat, dal 1989 la Fiat iniziò a ridurne il personale, con pensionamenti, dimissioni incentivate e cassa integrazione; nel 1997 i dipendenti rimasti erano 4.000, rispetto ai 20.000 al tempo delle trattative con la Ford. Nel 2002 la produzione automobilistica restante dell’Alfa fu trasferita a Torino ed i lavoratori rimasti furono messi in cassa integrazione straordinaria.

I lavoratori dell’Alfa non sarebbero stati mai colpiti da disoccupazione, perché la zona aveva fame d’operai qualificati, però i sindacati volevano soluzioni collettive, volevano la cassa integrazione, volevano conservare la produzione automobilistica e volevano che l’azienda appartenesse ad italiani.

Nel luglio del 2003 gli operai d’Arese erano ancora 800, volevano restare insieme e continuare a produrre automobili; fu firmato dai sindacati un accordo che previde la produzione di mezzi di trasporto ecologici, come quelli ad idrogeno, che però non ebbe seguito. Il 27.7.2003 il tribunale di Milano ordinò la riassunzione di lavoratori messi in cassa integrazione irregolarmente, però i posti non c’erano più.

Nel 2004 dai cassaintegrati fu respinta un’offerta di 200 licenze per taxi, da parte del comune di Milano; i sindacati erano anche contro il progetto d trasformare l’area in polo per interscambio merci, perché avrebbe fatto aumentare l’inquinamento atmosferico.

Un’impresa di rottamazione s’impegnò ad assumere 70 operai di Arese, per il recupero dei metalli dello stabilimento, poco dopo, due terzi di loro si dichiarò inidoneo al lavoro, per disturbi fisici comprovati da certificati medici, gli altri concordarono dimissioni incentivate; gli inidonei ricorsero al giudice, per conservare il posto ed essere pagati senza lavorare, alla fine anche loro accettarono l’esodo incentivato.

La cassa integrazione fu prorogata per tutto il 2004, la regione varò per i cassaintegrati un programma di formazione professionale, assieme ad un’indennità regionale, la Fiat mise a disposizione, per chi dava le dimissioni, 20.000 euro.  Il sindacato chiedeva all’amministrazione pubblica di obbligare le imprese ad investire in progetti da esso approvati, comunque, i lavoratori schivavano le nuove proposte di lavoro.

I sindacati non volevano lasciare ai padroni la scelta se la fabbrica doveva rimanere aperta o doveva chiudere e non volevano chiudere industrie che avevano una tradizione, ripetevano: “No ai licenziamenti”, anche per le aziende in dissesto; per essi il rilancio della Fiat passava per lo stato, perciò lo stato concedeva aiuti alla Fiat che, con questi meccanismi e d’accordo con il sindacato, di soldi dallo stato ne ebbe parecchi.

La Gran Bretagna a metà degli anni 80 chiuse i suoi stabilimenti automobilistici, in grandi difficoltà, e si aprì al capitale straniero, poi tutti i maggiori gruppi automobilistici del mondo aprirono stabilimenti nel paese, che oggi produce un milione e mezzo di vetture l’anno, poco meno dell’Italia.

La Nissan voleva produrre ad Arese, per le sue infrastrutture e perché l’Italia era in zona euro, a causa delle pregiudiziali sindacali, alla fine decise di andare in Gran Bretagna, dove ha preteso la fine degli scioperi, maggiore flessibilità, maggiore produttività, ha voluto anche un arbitrato interno   per le controversie di lavoro. L’Iri, cessata nel 2002, aveva rifiutato di cedere l’Alfa Romeo alla Ford, anche per non creare concorrenti interni alla Fiat.

Nel 1999 Nissan e Renault si accordarono, formando il quarto gruppo automobilistico del mondo, le paghe degli operai inglesi della Nissan erano mediamente il doppio di quelle italiane; gli operai avevano una previdenza integrativa e un’assicurazione sanitaria aziendale, il lavoro straordinario era pagato con una maggiorazione del 50%.

Sarà per questi meccanismi perversi che oggi i metalmeccanici italiani si lamentano che le loro paghe sono le più basse d’Europa, inoltre, in Italia, un quarto della forza di lavoro, a causa di rigidità e distorsioni di mercato, è fatta di disoccupati permanenti e di lavoratori in nero.

Negli anni novanta la Fiat aprì a Melfi, in Basilicata, uno stabilimento automobilistico di 10.000 dipendenti, altamente automatizzato; ben resto ci furono conflitti contro il lavoro notturno e per la parità salariale con il nord, dove la vita era più cara. Nel 1983 a Detroit la General Motors si accordò con la Toyota per produrre un’utilitaria che fu un successo commerciale, in precedenza anche questa azienda aveva sofferto di crisi, con rigidità produttiva ed assenteismo.

Alla General Motors ci si accordò per la flessibilità e la riduzione del salario fisso, collegando la retribuzione alla produttività, prevedendo la partecipazione degli operai agli utili, si accettò anche il giusto motivo nei licenziamenti; furono previsti premi collettivi e individuali, gli ambienti di lavoro furono climatizzati, un rappresentante sindacale era presente ad ogni livello decisionale.

I giapponesi della Nissan erano orientati per Arese, però volevano un contratto aziendale indipendente da quello nazionale, mano libera nella selezione del personale, la rinuncia allo sciopero, volevano che le controverse di lavoro si decidessero in sede aziendale, con un collegio arbitrale.

A causa dell’atteggiamento del sindacato, l’accordo sfumò ed i giapponesi abbandonarono l’Italia per la Gran Bretagna; i giapponesi furono previdenti, i dipendenti dell’Alfa avrebbero avrebbero potuto fare loro causa, rivendicando la differenza tra minimi retributivi del contratto nazionale e la retribuzione aziendale ed il tribunale avrebbe accolto la loro richiesta. In Italia, i contratti collettivi sono efficaci anche per i non iscritti ai sindacati ed il contratto collettivo non è derogabile dall’azienda, mentre quello aziendale, sul piano salariale, ha meno peso che all’estero.

Con un fisco più leggero e senza queste rigidità, tante imprese emergerebbero dal lavoro nero, tante imprese lo farebbero volentieri, perché le imprese che lavarono in nero crescono poco. Però  sindacato e partiti sono sordi a questi argomenti.

Nelle compagnie aeree straniere lo sciopero è raro, invece all’Alitalia si è scioperato spesso e la società è in bancarotta, il sindacato non vuole che sia liquidata, in essa si sciopera anche mettendosi in malattia, con regolare certificato medico. Per la vendita dell’Alitalia, i sindacati, come hanno fatto con l’Alfa, hanno posto condizioni che hanno fatto scappare gli acquirenti.

Questi dipendenti ricattano stato, azienda e utenti, che soffrono per i disservizi, con danno per il turismo; anche se bisogna affermare che, in Italia i datori di lavoro, in tutti i settori, seguendo una consuetudine ed una ritualità, ritardano il rinnovo dei  contratti di lavoro, favorendo così gli scioperi.

All’Alitalia, azienda che ha sede alla Magliana, a Roma, piloti e hostess guadagnano più della concorrenza ma lavorano meno, l’azienda è travolta da scioperi, nel 1995 era la terza compagnia d’Europa;  accumula perdite e debiti, però trasporta gratis parlamentari e papa.

L’Alitalia ha un alto livello di sindacalizzazione, ha cancellato voli, non ha rinnovato il parco aerei, i suoi dirigenti sono soggetti al sindacato; parte del personale opera a Roma pur risiedendo a Milano, il che fa aumentare le spese, l’assenteismo è più elevato che nelle altre compagnie.

All’Alitalia i passeggeri trasportati per dipendenti sono molti meno che all’estero, nei salari spiccano indennità, premi di puntualità e spese per trasferte; dipendenti, familiari e pensionati acquistano i biglietti con lo sconto. I sindacati hanno fatto fallire gli accordi per una fusione di Alitalia con Air One, KLM, Lufthansa, Aeroflot e Air France.

Alla Banca d’Italia, Mario Draghi voleva ridurre le filiali, riciclando gli impiegati in eccesso negli uffici regionali, il sindacato reagì con uno sciopero; il tasso di sindacalizzazione è dello 75% e un dipendente vi costa 2,8 volte più che nell’industria, invece in  Inghilterra il rapporto è 1,4. La Banca d’Italia ha 138 dirigenti per milione di abitanti, contro i 63 della Spagna.

Nelle assunzioni della Banca d’Italia sono favoriti i figli dei dipendenti, i dipendenti sospesi dalla retribuzione, a causa di comportamenti illeciti, hanno diritto ad un assegno di mantenimento, a carico del fondo pensioni; il cassiere trasferito ad altra mansione conserva l’indennità di cassa.

Tutti hanno diritto ad un’indennità di residenza, maggiorata per i coniugati; tra le voci della retribuzione, spiccano un’indennità di presenza, un’indennità di rappresentanza, l’assegno di reggenza,  l’indennità forfetaria, quella per la sede disagiata, le maggiorazioni per le prestazioni notturne e il rimborso  per le spese di trasferimento, con il contributo al canone di locazione. Le pensioni sono privilegiate ed in deroga alla riforma Dini.

La Banca d’Italia ha 106 filiali per 110 province, mentre la Banca d’Inghilterra 11; svolge il servizio di tesoreria provinciale per lo stato e per altri enti locali, non è più istituto di emissione ed ha rinunciato volontariamente a controllare le banche ordinarie anche perché, altro caso di conflitto di interesse, è controllata dalle banche.

Il governatore Mario Draghi voleva tagliare 30 filiali e creare una sola filiale per regione, perciò  esplose la protesta di dipendenti, sindacati, dirigenti, assessori, sindaci, presidenti provinciali, parlamentari e prefetti; per Cuffaro queste filiali erano presidi occupazionali e perciò andavano tutelati; anche Padoa-Schioppa voleva portare le filiali della Banca d’Italia a 80 ma i sindacati giudicarono la proposta irricevibile.

L’Enav, ente di controllo al volo, per volontà dei sindacati, pratica all’interno dell’azienda una selvaggia lottizzazione; ha 134 sindacati e 3000 dipendenti. Cinque iscritti ad un sindacato in sciopero hanno fatto cancellare 320 voli in un giorno; prima di andare in pensione, i suoi dipendenti sono tutti promossi, con lo scopo di incassare una pensione più alta dall’Inpdap, in contrasto con la legge Dini e con l’articolo tre della costituzione.

Questi controllori del volo, quasi tutti aderenti ad un sindacato, fanno 37 ore di lavoro la settimana e, se lavorano la notte,  hanno diritto al riposo compensativo, costano in media 100.000 euro l’anno. Mentre all’estero non scioperano, dal 2003 al 2006 in Italia hanno scioperato 153 volte, facendo cancellare tanti voli.

All’inizio degli anni ’80, in Usa scioperarono 12.000 controllori di volo e Ronald Reagan li licenziò tutti; i dipendenti Enav hanno ricevuto biglietti Alitalia, a metà prezzo, in cambio della promessa di garantire la regolarità della partenza dei voli Alitalia, ciò era lesivo verso le altre compagnie.

L’Enav è diventato il monumento del sindacato in carriera, i suoi dirigenti sono tutti di origine sindacale e rappresentano le varie sigle sindacali. Negli aeroporti, gli uomini radar hanno grande potere, l’Ente Nazionale Assistenza al Volo ha come presidente un sindacalista della CGIL. Gli stipendi degli uomini radar aumentano del 14% l’anno, anche in tempo di bassa inflazione, la stessa generosità è prevista per i dirigenti e i consiglieri di amministrazione.

Nel 1999 il presidente Mancini trasformò 16 contratti di lavoro part-time in assunzioni a tempo indeterminato; un informato giornalista del Corriere della Sera denunciò che i beneficiari del provvedimento erano tutti figli di dirigenti dell’ente, l’Enav è diventato un mostro do cooptazione. In compenso, è finita la pacchia dei biglietti aerei in omaggio per i dipendenti e i loro familiari, anche perché gli uomini radar non garantiscono la puntualità degli aerei.

Le ferrovie sono scosse da scioperi senza sosta, invece  nelle ferrovie svizzere lo sciopero è raro, eppure i ferrovieri svizzeri sono pagati il doppio dei loro colleghi italiani; in Svizzera, su ogni treno, c’è un solo macchinista, in Italia due. Nelle ferrovie svizzere esiste la tregua sindacale, invece in Italia, la guerra perpetua; con tante sigle sindacali, le agitazioni sono frequenti.

L’azienda  delle ferrovie ha tagliato l’organico del personale del 37,5%, però ha 90.000 dipendenti, tutti sindacalizzati; i biglietti costano meno del resto d’Europa, ma i treni sono più lenti, più sporchi e non sono puntuali.

Da Milano a Torino si impiegano 45 minuti più che nel 1939, da Milano a Roma 51 minuti più che nel 1987; l’azienda è perennemente in deficit, con tante assenze per permessi sindacali retribuiti. Vi si sciopera 166 giorni l’anno, anche se su tratti regionali, per condurre il treno si usano due macchinisti, in Europa uno.

Nelle ferrovie si lavora 36 ore la settimana, invece l’orario francese è flessibile e annuale, i ferrovieri tedeschi sono soggetti al lavoro notturno quando è loro richiesto; invece gli italiani hanno diritto a riposi compensativi ed a  premi di percorrenza. I sindacati sono contro la liberalizzazione dei binari, perché i privati vi applicherebbero il contratto di lavoro degli autoferrotranviari che  costa meno.

L’Inps ho l’80% di iscritti al sindacato, tra i dirigenti la percentuale è del 100%, l’assenteismo arriva all’30%, il sindacato difende tutti i suoi iscritti, senza distinzione. In Italia, un quarto dei processi civili è a carico dell’Inps che, senza effettuare controlli, ha pagato pensioni anche ai defunti; l’Inps distribuisce buoni pasto e incentivi anche ai dipendenti impiegati a tempo pieno nel sindacato.

I magistrati arrivano ai vertici degli uffici appoggiati dai segretari di partito o dal sindacato di appartenenza. I posti di sostituto procuratore sono lottizzati in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna componente sindacale. Il 60% dei magistrati, per la nomina ai vertici degli uffici direttivi, considera decisiva l’appartenenza al sindacato. Ai vertici della Cassazione, della Corte d’Appello e del Consiglio superiore della magistratura si arriva attraverso i sindacati; chi non s’iscrive stenta a fare una rapida carriera.

Vi è la fuga dei magistrati dalle regioni meridionali, dove sono inviati gli uditori in prima nomina, che possono chiedere il trasferimento dopo due anni. Così lo stato ha abbandonato queste regioni alla criminalità. Nel 1999 D’Alema, per la riforma delle pensioni, chiese ai giudici un contributo di solidarietà e perciò scoppiò il putiferio, le loro pensioni non si potevano toccare, farlo significava attentare all’indipendenza della magistratura; i sindacati dei magistrati fino ad oggi hanno impedito il ritocco delle loro pensioni d’oro.

Nel 1999, all’Opera di Roma, il maestro Giuseppe Sinopoli gettò la spugna perché sul suo progetto non c’era il consenso sindacale, in quattro anni avevano fatto la valigia sei soprintendenti; sette sindacati si spartiscono i 501 dipendenti del teatro.

Sinopoli voleva moltiplicare le rappresentazioni perché le soste di 21 giorni, tra una rappresentazione e l’altra, erano troppo lunghe, voleva raddoppiare l’orchestra, facendo anche assunzioni all’estero, voleva sostituire degli orchestrali inadeguati, perciò fu accusato di prevaricazione e autoritarismo. Alla Scala ci volle l’autorevolezza di Paolo Grasso per convincere i sindacati a non opporsi alla cessioni dei diritti televisivi per l’Otello.

Le poste, divenuta una spa, hanno 154.000 dipendenti, l’80% di essi sono iscritti al sindacato, soprattutto Cisl, le lettere disguidate o smarrirete sono tante; vi si lavora 36 ore alla settimana, con 21 giorni l’anno di assenteismo a testa in media, si cerca di combatterlo con un’indennità di presenza.

 

Fonti:

“A cosa serve il sindacato”  di Pietro Ichino – Mondadori Editore,

“L’altra casta”  di Stefano Livadiotti – Bompiani Editore,

“Lo spreco” di Gian Antonio Stella – Mondadori Editore,

“Guai a chi li tocca” di Antonio Galdo – Mondadori Editore,

“La casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – Rizzoli Editore,

“Sprecopoli”di Maio Cervi e Nicola Porro – Mondadori Editore,

“La deriva” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo – Rizzoli Editore.

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 19/08/2008 alle ore 20:11


Commenti

13/07/2010 10:21 - ilcentauroroso ha scritto:

Tutto ciò è comunque una visione "corta" perchè alla lunga il sistema crolla. Questo è il solito modo di ragionare dei soliti pochi che prendono tutto, subito perchè la vita è corta e va goduta. Peccato... si potrebbe fare (non arraffare) tanto di più se si seguisserro altri principi...

Marco


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