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CONTRALTO'S ELEGY

 

la Chiesa cattolica è stata la fautrice e promotrice del Canto dell'Eunuco e quindi, della pratica dell'orchiectomia

 

Voce della meraviglia, voce dell'ambiguità, guado tra virilità e femminile, la voce di contralto è forse la corda su cui le fantasie e gli eccessi dell'arte hanno trovato maggior spicco. Voce dell'abisso androgino nella civiltà barocca degli evirati cantori, voce acrobatica della prima generazione belcantista, la voce di contralto è oggi una proiezione. Tanto più affascinante perché va rarefacendosi.

Sul contralto da sempre pesa il fascino dell'ambiguità sessuale, nutrita dalla tradizione operistica dei ruoli en travestì: corpi di donna in abiti maschili che reggono il ruolo virile del protagonista. Quest'uso, tutt'oggi invalso sulle scene, ha retaggi antichi. La storia del contralto fonda le proprie radici nell'età barocca, dove la voga imponeva, per pure logiche estetiche, una delle peggiori violenze della storia umana: la castrazione maschile. Dietro l'aura di fascinosa ed inquietante ambiguità sessuale che nel nostro immaginario è vincolata alla figura degli evirati cantori, si legge una storia di mutilazione operata su bambini ignari in nome della perfezione estetica. Sin dall'antichità (Egitto, Assiria, Etiopia e Persia), veniva praticata l'evirazione rituale, così come anche in Grecia e a Roma, dove era consuetudine praticarla ai futuri sacerdoti di Attis e Cibele. Nel XII secolo era molto facile trovare, ad esempio, evirati cantori nelle chiese cristiane d'Oriente. In Europa, più precisamente in Spagna, Portogallo e Baviera, gli eunuchi furono introdotti dalla cultura e dal costume delle popolazioni mozarabiche. E intorno alla fine del Cinquecento, arrivarono eunuchi cantori anche in Italia, a Roma, che divenne capitale del mondo musicale sacro. Il soprano castrato Francisco Soto de Langa, spagnolo, fu il primo ad essere ammesso nella Cappella Pontificia nell'anno 1562. Mentre il primo soprano castrato italiano ammesso nelle cantorie vaticane nel 1588, è Giacomo Spagnoletto. L'uomo senza sesso - il castrato - veniva considerato il mediatore più efficace e diretto tra l'uomo e Dio. E l'Italia è la sola a dare inizio e corpo all'uso professionale della vocalità dell'evirato cantore, da prima nelle cappelle ecclesiastiche, dove la Chiesa cattolica è la fautrice e promotrice del Canto dell'Eunuco e quindi, della pratica dell'orchiectomia. Peter Browe, gesuita e storico della Chiesa, scrisse nella sua Storia dell'evirazione del 1936: "I papi sono stati i primi che alla fine del XVI secolo hanno introdotto o tollerato nelle loro cappelle i castrati, quando erano ancora sconosciuti nei teatri e nelle chiese italiane. Dopo aver proibito alle cantanti e alle attrici di calcare le scene, dovevano avere completamente perduto il senso della realtà per non rendersi conto che sarebbero stati i castrati ad assumere i loro ruoli. Difendere i papi è dunque impossibile".

Il pontefice Clemente VIII (Papa dal 1592 al 1602) quando ascoltò per la prima volta il castrato Girolamo Rosini (detto Resino), nato in Umbria ed entrato a far parte del corpo delle cappelle pontificie nel 1599, rimase così estasiato dalla soavità del suo canto che, a poco a poco, si sbarazzò dei cantori non evirati per sostituirli definitivamente coi castrati. Da quel momento l'orchiectomia viene ammessa "al servizio di Dio". L'orribile operazione, con la quale venivano asportati i testicoli, era praticata sui fanciulli di circa otto - dieci anni, e comunque prima che il bambino subisse la muta della voce. Muta, che abbassava di un'ottava i suoni della voce dandole, com'è naturale, le caratteristiche d'una voce virile. Il risultato di questa operazione dava frutti sorprendenti se si considera che in un uomo ormai adulto, la voce rimaneva fresca, vitale, duttile e penetrante come quella di un ragazzo.

Il canto dei preziosi mostri furoreggiò per tutto il Seicento ed il Settecento, prolungandosi in qualche caso fino all'Ottocento. Celebri cantanti furono il Caffarelli e il Pacchierotti, entrambi del XVIII secolo, e il massimo esponente fu Carlo Broschi, detto Farinelli (1705-1782), che toccò i vertici della bravura canora e della caduca bellezza barocca. Il Farinelli incantò con il suo virtuosismo il re Filippo V di Spagna, tanto da divenirne l'unico consigliere ascoltato. Come cantavano i preziosi mostri? Forniti di voce chiara ed acuta come quella delle donne (poiché la cosiddetta "muta" era stata artificialmente impedita), essi usufruivano però della potenza d'insufflazione propria di un torace maschile e della mascolina robustezza ed ampiezza delle corde vocali. Il poeta Enrico Panzacchi scrisse, dopo aver ascoltato uno degli ultimi cantanti evirati sopravvissuti nella Cappella Sistina verso la fine dell'Ottocento: "immaginate una voce che fonda insieme la dolcezza del flauto e l'animata soavità della laringe umana; una voce che salga, salga leggera e spontanea come vola per 1’aria un’allodola”. Nella Cappella papale i preziosi mostri durarono molto di più che in teatro. Castrato era Domenico Mustafà (1829-1912) che diresse la Cappella fino all’arrivo, nel 1902, di don Lorenzo Perosi (1872-1856). Infine nel 1903 arrivò dalla Chiesa il divieto riguardo la pratica dell'evirazione. In teatro erano già scomparsi, l'ultimo che calcò le scene fu Giovan Battista Velluti (1781-1861): ormai bastavano uomini e donne.

[...]

 

(Tratto da un libretto di presentazione di un concerto della Los Angeles Chamber Orchestra tenutosi al Teatro comunale di Treviso il 29/02/2008)

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 04/03/2008 alle ore 16:26


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