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Ragione e religione: intesa possibile?

di Gianfranco Candiani

Se (un) Dio esiste: parole che inquietano credenti e non credenti. Meno i primi, che professando una religione che giudica blasfemo l’articolo indeterminativo (un) e fornisce un’immagine di Dio-persona oggetto di devozione con precedenza assoluta, sono assistiti da tradizioni e istituti forti dalla nascita alla morte; e quando vacilla il "timor di Dio" essi sanno reprimere il dubbio e comunque accantonarlo in solitudine e silenzio per non rischiare smarrimento e dannazione.

Del resto la religione, non quella feroce estranea alla società moderna, non vuole apostoli e martiri ma fedeli che non si perdano in viziose distinzioni tra metafora ed esistente o tra mito e storia ma si affidino alla propria chiesa e alla sua dottrina e siano osservanti in cambio di una sicura identità etica, nella prospettiva impareggiabile della vita eterna. Essi portano con sé un carico di credenze assodate sull’esistenza di Dio, sui miracoli, sul demonio eccetera che nemmeno hanno occasione, nella loro vita, di discutere e difendere. I non credenti, gruppo frastagliato che va da chi ritiene inconciliabili gli articoli di fede con la ragione agli atei militanti che senza dover negare Dio sarebbero muti e disoccupati, non possono non concordare sul fatto che se non vi è prova dell’esistenza di Dio fondata sulla concretezza di elementi naturali di verifica neppure esiste prova del contrario, che Dio non esiste, dando così la stura a congetture e invenzioni adeguate al proprio ordito mentale o ai propri motivi di afflizione. La religione male sopporta l’insufficienza di prove materiali ma, sfidando la scienza, recupera sul terreno dove da sempre vengono coltivate e governate le grandi suggestioni mistiche e le idee sulla trascendenza: il mistero dell’origine della vita, con la sua ombra lunga sulla casualità delle singole esistenze umane.

La contrapposizione tra credenti e non credenti sull’approccio alla "cosa" religiosa sarebbe superabile se, per la religione, Dio non fosse padre e scrittura, causa e giudice, realtà unica e oggetto indiscutibile di fede sulla sua esistenza e natura; se inteso e percepito invece solo come realtà aliena e arcana sottratta alla definizione dei sensi e della ragione, che l’immaginazione umana con la sola esclusione dei duri di cuore accoglie sotto la suggestione del sacro, Dio non avrebbe certo bisogno, per essere, di dimostrazioni su base scientifica.

Si sa, tra i modi diversi di sentire l’ignoto e di pensarsi altrove quello con maggiore gittata ha anche la capacità di produrre idoli, che i primitivi rendevano corporei e organici alla società. Le cose non sono molto cambiate: dopo mille battaglie, libri e fallimenti ora la concezione naturale di una divinità possibile, per molti perfino probabile, naviga secondo i venti mentre quella religiosa fondata su verità rivelate, che il "Mistero della Fede" archivia sotto il titolo "Salvezza", tiene ben salda la sua rotta.

Ora, nel giro incessante di speranze e paure che da sempre nell’unico mondo conosciuto agita tutti, credenti e no, nessuna mente libera può pensare davvero che Dio salvi dalla morte eterna solo chi gli è stato devoto professando la "vera" religione. Avrebbe natura e dimensione tribale un dio che castigasse tutti gli umani tranne i propri adoratori. Una religione non bellicosa con orizzonti universali oggi rifiuta infatti tale assurdità, paga di monopolizzare gli spiriti religiosi che per inerzia o convinzione si adeguano alla sua dittatura dottrinale. Ma allora, fuori dal rozzo schema dell’Arca salvatrice con posti numerati, questa religione cosa assicura in più ai mortali nei rapporti con la divinità? Maestri di dottrina e fedeli appassionati, forti dell’assunto che credere è conoscere, sanno che se Dio quaggiù non castiga i cattivi e non premia i buoni e non sottrae nessuno dal dolore e dalla morte è perché in qualche modo lo farà nell’altro mondo, al più tardi in sede di giudizio universale; ma i non credenti rimangono ovviamente freddi davanti a risposte fondate su presupposti fideistici, e quanto alle risposte basate sul primato morale che solo la religione grazie a Dio garantirebbe obbiettano piccati che la morale del popolo laico non è da meno e anzi vale di più essendo frutto di libera scelta. Se Dio esiste – non "se esistesse" o "se non esistesse", come amano argomentare quelli del pensiero morale che con l’uso accorto del congiuntivo fingono di provare rispetto per chi sta sulla sponda opposta - nessun clan religioso, nemmeno il più radicato e diffuso,

può ragionevolmente proclamarsi suo unico e autentico mediatore terreno.

Il messaggio contenuto nella narrazione evangelica soverchia i miti che lo accompagnano e punta dritto alla cura del mondo: salvare il genere umano dalla sua nefasta vocazione al conflitto e all’ingordigia assassina. Di quale altra salvezza va tuonando la religione mentre costruisce monumenti di scienza teistica gravidi di regole e precetti? A chi il fuoco perenne della Geenna, ai peccatori non pentiti, ai devoti ad altri credi, a me che non credo?

Parlare di Dio come ipotesi non verificabile con i mezzi della ragione porta dunque ad una situazione di stallo, dalla quale il ricercatore non esce anche quando con buona volontà chiede almeno un segno tangibile dell’amore di Dio per gli uomini quale indizio di una superiore fonte dispensatrice del bene. I miracoli sono altra cosa e non aiutano neppure i credenti moderati ad uscire dalle spire degli incantesimi. Dio non dà conto di sé, questo è un dato di fatto: è sempre la ragione che lo scopre o lo inventa, pensandolo, e lo veste nel modo più acconcio ai desideri umani.

L’incredulo oltre a doversi misurare con una visione del mondo puntellata da dogmi deve anche sopportare la commiserazione dei credenti per non possedere il "dono della fede"! E’ insomma un "chi va là" continuo, poco conciliabile con la figura mistica del "Salvatore del mondo" che come tale non chiude a nessuno la via della salvezza. Chi non fruisce di quel dono e ignora i discorsi teologici avendo come pulpito la sua coscienza e le voci dei suoi pari, ed è consapevole della matrice umana della religione e delle sue opere, non prova paura al pensiero di Dio: se esiste, Dio regolerà al suo meglio e in modo per tutti insindacabile il creato nel quale per un istante ci ha incluso.

La religione, la cattolica in primis, attribuisce al pensiero laico tutta la responsabilità dell’ atrofia morale che connota la corsa in massa al profitto e al consumo e alza barriere ideologiche che non hanno attinenza con il messaggio evangelico e tengono fuori anche chi intende resistere alla temperie corrente senza però regredire al buio intellettuale del passato. Fondando il suo potere sulla verità rivelata, non riducibile e non divisibile, questa religione, conciliante entro la cerchia dei fedeli, è intransigente nei rapporti istituzionali, dove getta il peso dei suoi valori tradizionali ad indirizzo teologico, dosati secondo i tempi e le circostanze. Se i fedeli convergessero con i laici su questioni dalla religione ritenute "non negoziabili" subirebbero le sanzioni che spettano a chi viola la legge di Dio e della chiesa; quanto agli altri, il modo per imporre l’ordine religioso anche ai più recalcitranti è adeguare ad esso la legge dello stato, in parole crude trasformare la trasgressione, cioè il peccato, in reato… La questione è arcinota e riporta a quella più vasta sull’esistenza di Dio. Può la fede in Dio, non dissociabile dalla verità assoluta da lui dispensata, rientrare negli schemi della ragione senza mettere a rischio tutto l’apparato che la sostiene? Che la religione, campione indiscusso di solidarietà caritatevole, in materia di fede sia illiberale è nella natura del suo fondamento: un’ombra soltanto sulla effettiva esistenza di Dio imporrebbe il ritiro dell’artiglieria schierata a difesa di se stessa e l’affiancamento con modestia a chi non vanta totali sicurezze per cercare insieme il modo di salvare questo mondo.

L’origine della vita e il dono della fede sono misteri asimmetrici: benché tra loro indipendenti, il secondo ha la pretesa di svelare il primo. Dio origine della vita? Può essere, ma il seguito della creazione si evolve secondo leggi naturali verificabili o secondo un disegno provvidenziale? E a che punto dell’evoluzione l’anima è stata infusa nel primo embrione della specie umana, diventato da quel momento figlio di Dio? E l’anima lascia il corpo al momento della morte cerebrale o quando decidono gli altri d’intesa o meno con il vivente? L’accademia teologica, privilegiando su tutti il mistero della fede, insiste su questi temi che traduce subito, con risposte perentorie, in direttive morali che incantano e intimidiscono e giovano a quanti si arrogano, anche su posizioni lontanissime da ogni anelito spirituale, la rappresentanza politica dei fedeli. Se dunque uno è fedele grazie all’autorità che governa la sua coscienza, si capisce che la regina delle domande, Dio esiste?, non può nemmeno figurare nel questionario religioso sul sublime. Ne deriva che i difensori della fede usino un linguaggio incomprensibile per i non credenti quando trattano delle fasi critiche della vita - dalla procreazione all’exitus - dove appunto entra in gioco l’anima, e rifiutino l’intesa con quanti a quella domanda regina con umiltà intellettuale non si sottraggono. La religione, come le ideologie che pretendono di plasmare il mondo, divide: anche là dove la "polis" chiede di fare causa comune per cogliere il buono della modernità la condizione richiesta dalla religione per l’unione delle forze è non trattare in sede secolare le questioni dell’anima lasciando così irrisolti nella società i problemi del corpo che non figurano, a parte la resurrezione, nell’agenda di Dio. Ora, che Dio non manifesti il suo amore per gli uomini può spiegarsi con l’ alienità della natura divina, ma che la costituzione celeste contenga anche norme assurde e crudeli, sacralizzando gli zigoti ed elevando la sofferenza a valore positivo, non può proprio essere: dire che Dio l’ha ratificata è alimentare i dubbi sulla sua esistenza.

Allora, credere nonostante la religione o viceversa abbandonarsi alla preghiera senza credere, oppure non credere e basta, mandando all’aria indistintamente i riti propiziatori e gli scongiuri ansiogeni di tutte le religioni? O semplicemente restare in pace dentro la propria stanza ( Pascal ), con le finestre bene aperte e senza vaneggiamenti…

Articolo inviato Delogu L. il giorno 10/10/2007 alle ore 19:25


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