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Il 19 ottobre 2005 in un noto quotidiano nazionale(1) il presidente del Senato Marcello Pera scrive: "Confesso (so che è un peccato) che la penso come il Papa. Del resto penso che, qui in Italia, in Europa e in Occidente, i nostri sentimenti, abiti, costumi, istituti, costituzioni, per non parlare di culture e civiltà, siamo tutti debitori dei valori della tradizione giudaico-cristiana".

Il presidente Pera dimentica che molte altre culture hanno contribuito a costruire l’attuale società: le filosofie orientali (molte frasi del Vangelo si ritrovano nei testi induisti e negli insegnamenti di Buddha), la filosofia greco-romana, l’islamismo e soprattutto l’illuminismo e il libero pensiero.

Purtroppo la cultura cristiana, soprattutto qui in Italia, è vista sempre attraverso gli "occhiali" dei dogmi cattolici. Dogmi quasi sempre il contrasto con le conquiste sociali e civili di ogni paese moderno. Basti un solo esempio: l’illuminista italiano Cesare Beccaria: quando nel 1764 venne pubblicato il suo libro "Dei delitti e delle pene", Beccaria venne osteggiato da quasi tutti i governi cristiani d’Europa (compreso il Papa re) che non volevano rinunciare né alla tortura né alla pena di morte.

A offrirci i parlamenti democratici e a liberarci dal feudalesimo, dalla barbarie della tortura, dall’Inquisizione e dalla schiavitù non furono certo i papi cattolici.

P.S. - Per conoscere il cristianesimo dei papi e il lo "spirito liberal-democratico", consigliamo a Pera la lettura de "Il Sillabo e dopo" di Ernesto Rossi". Cambierà molte idee sulla cosiddetta "civiltà cristiana".

F.V.

Circolo culturale Bertrand Russell - Treviso

  1. Il quotidiano in cui ho letto l’articolo di Marcello Pera è il Corriere della Sera del 19.10.05

Articolo inviato Eripac il giorno 11/05/2006 alle ore 00:00


Commenti

22/09/2006 09:18 - Giorgio Pozzo ha scritto:

Personalmente mi riesce difficile, anzi, addirittura impossibile, comprendere il discorso sulle radici cristiane degli Europei e degli Italiani. E vorrei far notare che l'incongruenza enorme del discorso prescinde addirittura da ogni opinione religiosa e non.

Lascio quindi da parte per un momento le mie opinioni sul Cristianesimo e su tutte le religioni, e parlo da un puro punto di vista puramente sociologico.

Mia nonna paterna era francese. Nata in Francia, cresciuta in Francia, e trasferita in Italia dopo il matrimonio con mio nonno. Questo mio nonno era anch'egli nato in Francia, ma da genitori italiani emigrati. La lingua madre di entrambi era dunque il francese: mia nonna non imparó mai l'italiano, mentre mio nonno (che con i suoi parlava solo dialetto) imparó l'italiano dopo il trasferimento a Torino.

Questo semplicissimo e semplificato esempio mi fa riflettere sul concetto di "radici": se analizzo solamente la mia famiglia, e solamente due generazioni di essa, sono giá in difficoltá enorme. La difficoltá nasce dal fatto che sfido chiunque a definire le radici della mia famiglia: italiane o francesi? Le mie radici sono italiane o francesi?

La mia evidente impossibilitá a quantificare questo concetto di "radici" giá solamente nel mio umile caso, mi evidenza la totale assurditá (a maggior ragione) del caso a livello nazionale, dove crescono iperbolicamente le variazioni statistiche sia a livello di numero di individui, sia a livello di numero di generazioni. E queste gigantesche variazioni hanno fatto la storia proprio eliminando ad ogni passo l'uniformitá del concetto di "radici".

La mia conclusione é che siamo ancora una volta di fronte a un concetto, tra l'altro oggettivamente incorretto, utilizzato a fini puramente propagandistici.


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