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Prima, durante e dopo la salita sulla croce (ulteriori ipotesi)

Relazione dell’avv. Pier Giuseppe Bosco

Al II Congresso di studi laici sul Cristianesimo

Montegrotto Terme (PD), 5 novembre 2006

 

 

Basta soltanto il dibattito sulle (vere o presunte) radici cristiane dell’Europa per farci comprendere come i temi che qui si agitano siano di portata fondamentale per tutti noi (e non solo).   Soprattutto per gli intellettuali che si ponevano in uno schieramento laico, il famoso saggio di Croce “Perché non possiamo non dirci cristiani” era fonte di continue e in parte moleste riflessioni.   Una parte di tali moleste riflessioni potrebbe essere rappresentata dalla domanda se, tra queste radici possa rientrare, per esempio, la guerra dei trent’anni.  Ora, dopo i fatti dell’11 settembre, queste riflessioni hanno preso un nuovo, vigoroso ed imprevedibile impulso, determinato da una sindrome di accerchiamento.

Il tema, diventato ineludibile, è se noi, gli occidentali, siamo di fatto, volenti o nolenti, cristiani e se, data l’inevitabile risposta positiva, in che cosa consista per la precisione l’essere cristiani e in sostanza cosa sia il cristianesimo, quello vero.

 

Come ovvio, prima della salita sulla croce, si pone e sta, come una montagna che sbarri la nostra strada, l’Antico Testamento:  per questo tema,  il testo base al quale soprattutto mi riferirò è “Oltre la Bibbia” di Mario Liverani, editori Laterza.   L’Autore è docente alla Sapienza di Roma, accademico dei Lincei e archeologo sul campo.  In sostanza si tratta di comprendere, con l’aiuto di questo ed altri testi, che cosa sia accaduto e quali operazioni siano state condotte in porto in quelle epoche remote.  Quale sia stata la storia vera o “normale” come la chiama Liverani, e quali siano invece i miti; e con quale funzione i miti siano stati prodotti.   Come ricorda il Müller-Karpe nel suo “Storia dell’età della pietra”, Laterza, l’esplosione principale di miti non risale affatto all’epoca preistorica, bensì alla successiva epoca proto storica delle prime monarchie che, con l’aiuto della neonata scrittura, tendevano, per mezzo del mito appunto, a imporre alle popolazioni sottomesse il proprio controllo sociale.

 

Per quel che riguarda dunque la storia normale c’è da dire innanzitutto che non risulta che gli Ebrei abbiano mai messo piede in Egitto.  Risulta essere altresì una leggenda metropolitana che il monoteismo ebraico abbia origine dalle dottrine teologiche del faraone eretico Achenaton.   L’analisi puntuale fa ritenere che tutto l’impianto biblico sia di chiara e palese derivazione mesopotamica:  ne discende che il testo biblico, così come è scritto, sia da ritenere ben più tardo di quanto sostenuto dalla tradizione comunemente accettata.  Tale testo risulta una compilazione degli scribi diretti da Esdra, e quindi tale redazione è da ritenersi successiva all’esilio babilonese (anche se, come ovvio, in essa sono raccolti testi e tradizioni antecedenti).

 

Nel passare all’analisi del mito, Liverani nota che non ci furono due conquiste della Terra promessa, ma una sola, quella successiva all’esilio babilonese;  e dunque si deve concludere che la prima conquista è del tutto mitica, immaginata a partire da un esilio in Egitto, esilio le cui premesse e connotazioni sono tra l’altro prettamente mesopotamiche (valga, per tutti, l’esempio della creazione del mondo e delle due figure di Noè e di Mosè:  il primo è una riedizione della figura mitica sumera di Uta Napistim, ben noto ai lettori del poema di Gilgames;  il secondo, a parte il nome preso in prestito dagli Egiziani, incontra vicende del tutto simili a quelle del leggendario Sargon I, che fondò, circa mille anni prima, l’impero accadico;  secondo la leggenda,  Sargon, neonato, fu abbandonato in una cesta di vimini alle acque dell’Eufrate, e fu salvato ed allevato da una principessa).     La domanda importante è, ad ogni modo, la seguente: per quale motivo è stato partorito un mito così epico ed accattivante quale è quello contenuto nel Pentateuco?   La risposta di Liverani è chiara e netta:  si tratta di un mito elaborato al fine di riconquistare, in patria, i beni perduti dai deportati a Babilonia.   Gli Ebrei, ricorda sempre Liverani, erano un popolo di origine Cananea e, come tutti i Cananei erano politeisti.   Sotto l’influsso delle religioni orientali, c’erano stati importanti preadattamenti al monoteismo, soprattutto da parte dei re e della classe dirigente.  Nabuccodonosor deportò a Babilonia proprio la sola classe dirigente, in numero stimabile a 7000 individui (cresciuti, durante l’esilio, a 40000) e fu così che i loro compatrioti, rimasti in patria,si impossessarono allegramente di beni e palazzi rimasti senza proprietari.   Durante l’esilio babilonese i deportati e i loro discendenti si avvicinarono ulteriormente al monoteismo di origine persiana.   Al ritorno fu avviata una violenta campagna monoteistica contro i compatrioti usurpatori, indicati come idolatri e protagonisti di culti abominevoli.   Costoro furono sconfitti e la classe dirigente risalì in sella, il tempio di Salomone fu ricostruito in proporzioni ben superiori rispetto a quelle dell’antico tempio e la classe sacerdotale prese la guida della nazione, rimandando a tempi escatologici il ritorno del trono di Davide in Gerusalemme.  

 

Questo è in sostanza il quadro entro il quale prese vita la tradizione messianica.   Il dilemma fondamentale che gli Ebrei non riuscirono mai a sciogliere è il seguente:  il Messia è l’erede legittimo del trono di Davide oppure è un Salvatore inviato per tutta l’umanità?   Liverani fa toccare con mano il fatto che le profezie, così dette di tradizione “mosaica”, fossero non profezie a lungo termine, ma a brevissimo termine, rinnovate ogni volta che si stava intronizzando un nuovo sovrano.   In queste occasioni i “profeti” si industriavano a dire ogni bene del nuovo sovrano, nell’intento di condizionarne le scelte politiche e morali.   Al contrario una vera e genuina tradizione  messianica a carattere universale è quella inaugurata da Zarathushtra, che prefigurò l’avvento di un Saoshyant, o Salvatore, con la missione di salvare l’umanità intera (vedere a questo proposito:

-       Zarathustra e la trasfigurazione del mondo”, di Paul du Breuil, ECIG;

-       Zarathushtra”, di Arnaldo Alberti, Piemme).

 

Ma in Israele questa concezione pervenne solo a ristrette frange intellettuali (di cui un rappresentante illustre è Paolo di Tarso), in quanto gli appartenenti alla stessa chiesa di Gerusalemme, quella diretta da Giacomo il minore, detto il fratello di Gesù, pensavano che la missione di Cristo fosse quella di un Messia terreno, portatore di liberazione e conquiste per Israele.

 

Questa premessa era necessaria per affrontare un quesito fondamentale:  chi era Colui che venne  mandato da Pilato sulla croce nel supposto anno 33 dopo Cristo?   In modo più specifico, era il Messia di Israele o era il Salvatore dell’umanità?

Nell’affrontare questo fondamentale quesito io mi servirò principalmente di sei testi:

-       “Nuove ipotesi su Gesù”, di David Donnini, MacroEdizioni;

-       “Cristo  -  una vicenda storica da riscoprire”,di David Donnini, erre emme;

-       “Cristo e Qumram, la chiave di un rapporto controverso”, di David Donnini, www.nostraterra.it

;

-         “Essere cristiani” di Hans Küng, Mondadori;

-       “Cristianesimo” di Hans Küng, Rizzoli;

-       “Islam” di Hans Küng, Rizzoli.

 

Non posso né in questa né in altre sedi nascondere la mia ammirazione per l’opera di ricerca svolta da Donnini sul tema che qui stiamo dibattendo:  con ogni evidenza si tratta di un’opera svolta con competenza, acribia, passione e con l’autentico istinto del poliziotto.    Vero è che, alla fine, come ammette lo stesso Donnini, in mancanza di prove convincenti restano in piedi solo delle ipotesi, ipotesi che verranno accolte o respinte (in favore di altre ipotesi) in base al verdetto di  quel tribunale individuale fatto di convinzioni o di simpatie più o meno velate o coscienti e più o meno supportate da prove o indizi.  L’Autore mi perdonerà, spero, per la troppo drastica sintesi che farò delle sue conclusioni e altresì per il fatto di dovermi discostare da esse in modo assai netto, pur avendole sempre ben presenti per il tempo futuro di ricerca che mi rimarrà.

In breve, secondo Donnini, Pilato, procuratore romano, inviò al patibolo Gesù, detto il Cristo, perché voleva farsi re dei Giudei (il che è testimoniato, come riconoscono tanto David Donnini che Hans Küng, dalla scritta I.N.R.I., che i Romani, a termini di legge, misero sulla croce di Gesù).

Per Donnini il personaggio crocifisso era stato unto Messia dalla Maddalena, era entrato a Gerusalemme tra la folla osannante, aveva cacciato i mercanti dal tempio, radunato sul Monte degli Ulivi un gruppo di armati (dopo aver raccomandato ad ognuno di vendere il mantello per procurarsi una spada) per cacciare i Romani e impadronirsi del potere (riportare in Gerusalemme il trono di Davide).   Purtroppo il complotto fu sventato per il tradimento di Giuda, eccessivamente affamato di denaro.   In concomitanza di tutto ciò un certo Barabba (e cioè “Figlio di Dio Padre”) che di nome si chiamava Gesù (nome assai comune), fu liberato da Pilato o spontaneamente o, come dicono i Vangeli, su pressione della folla.

Dopo lunghe riflessioni, con l’appoggio di “Essere cristiani” di Küng, sono giunto ad una diversa conclusione:  secondo me il Gesù persona, l’autore del discorso della montagna, il pacifista che esortava a porgere l’altra guancia non poteva essere il capo degli zeloti.   Non poteva nemmeno avere esortato a vendere il mantello per comprare una spada, né poteva aver pronunciato le truci frasi della mini-apocalisse di Marco (e qui, per inciso, mi pare assai acuta la considerazione di Donnini circa la data della compilazione del primo Vangelo che, avendo messo in bocca a Gesù una classica profezia post-eventum, non può essere stato scritto prima del 70 d.C., data della distruzione del tempio di Gerusalemme) né poteva lo stesso Gesù essere l’ispiratore di un testo grondante sangue e massacri quale l’Apocalisse, così detta, di Giovanni.   Secondo me, tutte queste frasi messe in bocca a Gesù e questo spirito guerrafondaio e revanscista era un retaggio zelotico fatto proprio dagli evangelisti che compilarono i loro Vangeli (sempre secondo una osservazione di Donnini) avendo sotto mano dei proto-evangeli scritti in aramaico.  Con ogni probabilità questi vangeli erano opera proprio di quella su ricordata Chiesa di Gerusalemme capeggiata da Giacomo il minore, la prima chiesa storica che, tuttavia,  in seguito, fu dichiarata eretica dalla chiesa ufficiale.   Per quale motivo?   Per il motivo che essa riteneva Gesù niente affatto Figlio di Dio, ma Messia mandato a liberare Israele.   La prova del nove di quanto vado affermando è contenuta nel Corano.  Maometto nelle sue peregrinazioni fu educato da un monaco ebionita, cioè appartenente ad una setta giudaico cristiana.  Il luogo di diffusione del cristianesimo giudaico fu proprio la penisola arabica dove prosperavano, ai tempi di Maometto, ben tre sette giudaico cristiane, gli ebioniti (o poveri), gli elkesaiti e i giacobiti.  Inoltre ai più e noto che Maometto, durante il suo soggiorno medinese tentò, da una posizione di potere, di stabilire proficue relazioni con gli Ebrei di Medina, ma che alla fine decise di sopprimere tale comunità manu militari.  Ebbene tutti conoscono questa vicenda ma non tutti sanno, come riferito da Küng in “Islam”, che tali Ebrei appartenevano ad una setta giudaico cristiana.  Diventa dunque spiegabile come nel Corano Gesù venga presentato come un grande profeta e Messia e come in tale testo egli sopravviva in modo assai strano alla crocifissione. Dunque, secondo me,  il Gesù nei Vangeli subisce una patina zelotica che non gli appartiene, anche se tale patina fu assai dura a morire.  Questa patina anzi si trasformò in sostanza quando passò nell’Islam:  è dunque giusto dire che l’Islam è nato da una costola del Cristianesimo, con l’avvertenza di tener presente trattarsi del Cristianesimo giudaico e non occidentale.  Infatti il profeta dell’Islam è un profeta armato e per la società islamica le faccende politiche non sono mai separate dalle faccende religiose.

 

Ma se le cose fossero andate come suppone il sottoscritto, sulla scorta di Hans Küng, allora per quale motivo Pilato avrebbe mandato alla croce l’innocente Gesù?       Secondo me la spiegazione è assai semplice e nemmeno del tutto inedita:  il fulcro di queste considerazioni si incentra nel personaggio di Giuda.   Costui era chiaramente uno zelota e probabilmente non il solo, tra la cerchia di Gesù, come giustamente avvertito da Donnini.  Anche Simon Pietro aveva spinto a più riprese Gesù a mettersi a capo del movimento zelotico, ricevendone la famosa apostrofe :<<Satana!>>   Insomma gli zeloti miravano a provocare una ribellione e a un certo punto furono seriamente infastiditi dalle continue ripulse e dall’atteggiamento pacifista di Gesù.  Alla fine decisero di eliminare questo fastidioso e controproducente peso morto:  e dunque Giuda ordì il suo tradimento per mezzo di una calunnia.   Il complotto, di cui ci parla Donnini, non fu un vero complotto, ma fu descritto come tale nella calunnia di Giuda:  questi finse di agire per avidità di denaro proprio per rendere credibile quanto andava asserendo.  E scribi, farisei e sacerdoti non aspettavano altro, in quanto il così detto Nazareno era loro inviso per una serie imponente di motivi.   La maschera di Giuda cade quando costui scaglia i trenta denari in faccia ai farisei:  non lo fa per pentimento ma per scherno e fierezza zelotica, quando ben vede che la macchina da lui messa in moto giungerà alle sue estreme conseguenze.   Sotto questo aspetto il famoso rinnegamento di Pietro, e anche il suo avere messo mano alla spada, si profilano come una sorta di complicità prestata a Giuda;  la posizione fortemente ambigua di Pietro in tali vicende risalta in modo sinistro per il fatto che egli fu introdotto ad assistere da lontano al processo intentato a Gesù ad opera di un amico o servo del Sommo sacerdote (ma questo è un argomento ancora tutto da esplorare:  dico solo che il grande pentimento di Pietro non è da riferirsi ad un banale ripudio sfuggitogli per la paura, ma a un rinnegamento che sconfina nel tradimento vero e proprio).

Fatto sta che Pilato non ritiene di sottrarsi alle concordanti testimonianze di Giuda e dei farisei ed emette (obtorto collo oppure no) la sua sentenza di condanna.

 

Essere cristiani” di Hans Küng è un grande testo che meriterebbe di essere meditato da cristiani e non cristiani, soprattutto da chi non si arresta una volta per tutte nell’arduo percorso della ricerca.  E’ un testo che io, in una mia recensione, mi sono permesso di definire “illuminista”.  Già il grande Bertrand Russell ebbe a ricordare come il cristianesimo non riscoprì i valori del discorso della montagna per una improvvisa ispirazione dello Spirito Santo, ma per le critiche feroci degli illuministi, con in testa Voltaire (che non a caso era stato educato in un istituto di Gesuiti).   Io mi permetto di pensare che un movimento come quello dell’illuminismo non avrebbe potuto venire alla luce, forse per reazione, ma non solo, in un processo storico diverso da quello del cristianesimo.   Hans Küng dimostra come il centro della predicazione di Gesù siano “libertà, uguaglianza e fraternità” (parole che non riusciranno nuove a questo spettabile uditorio).

L’interpretazione che Küng dà della persona Gesù è di una persona schierata dalla parte di Dio e del suo Regno.   E dunque da che parte sta Dio secondo Küng e secondo il Gesù di Küng?  Dalla parte degli oppressi, dei diseredati, dei malati, degli afflitti.   Gli stessi miracoli, per Küng, non sono da interpretare come effettive eclatanti manifestazioni del soprannaturale (da cui Küng prende le debite distanze)  ma come semplici segni che indicano da quale parte sta Dio: con gli storpi, con i ciechi e anche con i peccatori.

La stessa resurrezione, per Küng, non né un fatto storico (in quanto, se avvenuta, avvenuta di notte e senza la presenza di alcun testimone) né un prodigio avvenuto nell’al di qua.  Gesù sarebbe stato resuscitato nello spirito, e l’unica e  vera rivelazione sarebbero le sue apparizioni dopo risorto: quelle apparizioni di un alcunché che passa attraverso i muri e poi mangia pesci arrostiti.  Un alcunché definito da Küng come “imperscrutabile”.   Insomma si tratta di un cristianesimo molto alla portata di chi voglia conservare un barlume di spirito critico.   La questione se Gesù sia o meno il Figlio di Dio viene risolta da Küng alla maniera dell’antica eresia detta dell’ “adozionismo:  Gesù nato e vissuto come uomo, viene, dopo morto, risuscitato da Dio e sempre dopo morto e resuscitato, chiamato alla destra del Padre e proclamato figlio di Dio e Messia (o altrimenti Cristo) del Regno celeste o del Regno di Dio in terra.   Dunque una vicenda che non viene, di per sé, a interferire con le vicende immanenti, anche se poi viene a interferire assai nelle scelte di coloro che volessero mettersi alla sequela di Gesù.   Ma, ripeto, per fare ciò è fondamentale scoprire se Egli era il capo degli zeloti o non invece uno diventato, a poco a poco il Salvatore.   In questa indagine dall’esito incerto, l’unico mezzo  è appunto quello di scoprire il carattere di Gesù, depurandolo delle incrostazioni cadute dentro gli evangeli e a tutta la tradizione:  è ovvio che il carattere di Gesù immaginato da Küng non è lo stesso che si è immaginato San Bernardo.

 

Vediamo allora, per ultima cosa, se il carattere di Gesù immaginato da Küng sia compatibile con la sua appartenenza alla setta degli Esseni, così come pare incline a pensare Donnini:  certamente il Donnini che pensa che sulla croce sia finito il capo degli zeloti non è in contraddizione con se stesso se pensa che Gesù provenisse dalla setta degli Esseni:  costoro erano dei separati e dei puri, e cioè degli iperfarisei (teniamo presente che il termine fariseo vuol dire, già per conto suo, “separato”), che addirittura rimproveravano ai farisei il loro collaborazionismo con i Romani.  La presenza a Qumran del “Rotolo della guerra” e mille altri segni dimostrano che la mentalità apocalittica, che credo di poter escludere dalla mentalità di Gesù, era ben presente a Qumran .  Un esseno, tra l’altro, nel suo puritanesimo, non si sarebbe mai accompagnato con peccatori, pubblicani e prostitute.  Tanto per gli esseni quanto per i farisei la salvezza si otteneva osservando in modo rigorosissimo la legge: Gesù era venuto, al di là delle dichiarazioni di facciata, a mettere praticamente nel nulla la legge, il che si vedrà molto chiaramente nella predicazione di San Paolo, il quale non è secondo me, il fondatore del cristianesimo, come ritengono Nietzsche e Donnini, ma il continuatore dell’opera antilegalitaria di Gesù  (sul tema della salvezza – se si tratti di un problema fondamentale o meramente inventato, come ritiene il sottoscritto - e del suo collegamento o meno alla legge e quindi alle opere – con il confronto delle tesi di Paolo e Lutero – sarebbe più che opportuno un nuovo congresso e dunque mi affido in questo senso agli organizzatori).

Insomma, per tornare alla ricerca del carattere di Gesù, siamo alla solita contraddizione che ci presenta in un unico personaggio atteggiamenti e pensieri così contrastanti da far supporre di essere di fronte ad uno schizofrenico:  il pacifista bellicoso, lo spiritualista attento alle vicende politiche di quaggiù, il sacerdote che frequenta la suburra.   Questo modo schizoide di intendere il cristianesimo, ben inteso, fa parte alla grande della storia di questa religione, ma ciò è possibile per il detto popolare “tante teste tante idee”.   In una singola persona questo fenomeno è meno probabile e se fosse presente darebbe luogo ad altri e assai notevoli disturbi.

Nel Gesù predicatore e amico dei piccoli e degli ultimi niente compare di tutto questo:  tali circostanze, come ho già detto, sembrano tutte incrostazioni postpasquali, dovute anche alle per niente allegre vicende di Israele, incontrate nell’epoca della formazione del cristianesimo e della stesura dei testi neotestamentari

.

Ma le acute osservazioni di Donnini non possono essere messe sotto silenzio quando questo Autore ci ricorda, insieme ad altri, che molte pratiche cristiane, tra le quali, in primis, la cena, seguono cerimoniali esseni.   Ebbene io vorrei qui proporre una mia supposizione, lasciandola al vaglio del buon senso e delle indagini degli uditori:   la narrazione evangelica del ritiro di Gesù nel deserto con tentazione finale del demonio mi sembra una forma simbolica e un po’ ermetica per alludere ad una permanenza di Gesù presso una qualche comunità di anacoreti, e qui il pensiero non può che ricorrere a Qumran, con partecipazione alla vita e alle cerimonie degli stessi, per cui il “profumo essenico” del cristianesimo sarebbe qualcosa di formale e superficiale e non di sostanziale (purtroppo invece lo stesso spirito essenico, con l’attaccamento alla legge e al diritto canonico è passato nel cristianesimo, ma ciò, secondo me, è avvenuto contro le intenzioni di Gesù).   La tentazione finale del Demonio può apparire come la proposta, da parte degli esseni medesimi, a tale giovane e affascinante adepto, di mettersi a capo del movimento insurrezionale, la cui ideologia ben covava tra quegli individui che, dal deserto, erano i principali ispiratori degli zeloti.  Ma ben sappiamo la reazione di Gesù, ben in linea con il suo carattere spirituale e pacifista.   Il fatto poi che quella vicenda sia stata tramandata sotto la forma di una tentazione di Satana, ben collima con l’episodio, che ho già ricordato, dell’apostrofe “Satana!” indirizzata a Simon Pietro all’atto di analoghe insistenze del principe degli apostoli.   Si sa poi che i successori di quest’ultimo non hanno avuto troppi scrupoli nel seguire le insistenze del loro primo e inquietante prototipo.

 

A mo’ di conclusione del tutto provvisoria, in linea con Paul du Breuil, io ritengo che Gesù possa essere considerato il Salvatore profetizzato da Zarathushstra:  il Salvatore, ben inteso, del mondo, e non delle singole animucce, che, a parer mio, secondo quanto a suo tempo insegnato da Zarathushtra, sono già salve da sempre.  Per me l’autentico messaggio cristiano non riguarda la contabilità dei peccatucci da assolvere e delle scomuniche da impartire.   Quando Gesù disse “Date a Cesare quel che è di Cesare” intendeva lasciare al potere laico la gestione della morale e del diritto che, alla morale, è strettamente collegato.  Dunque il Cristianesimo, quello vero, non può essere una puntigliosa amministrazione concernente gli spermatozoi, le scomuniche o i capitali dello Ior.  

In che senso la figura di Gesù si può porre quale Salvatore secondo quanto previsto da Zarathushtra?  Nel suo porsi come annunciatore del Regno di Dio.   Nel superamento di ogni manicheismo che avveleni i rapporti tra (presunti) buoni e cattivi, tra materia e spirito, tra ricchi Epuloni e diseredati, tra sacro e profano, tra popoli e religioni in contrasto:  il che significa accedere operosamente alla visione dell’Unità del tutto e alla riparazione delle ferite duali che ogni giorno si aprono nel corpo martoriato del mondo.   Ciò, ripeto, va attuato non certo al fine di salvarsi l’anima, ma al fine ben più serio di salvare il mondo, il quale sì corre il pericolo di una gravissima perdizione.  Ripeto ancora, non si tratta di gestire una morale ma di aprirsi ad una autentica visione religiosa dell’esistenza.

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 09/11/2006 alle ore 17:19


Commenti

21/02/2008 18:30 - Gerico ha scritto:

Leggendo in tanti siti sul Gesù Cristiano. Tanti fanno delle supposizioni, alcuni dicono era tizio, chi dice era Caio.Era Giovanni di Gamala! era Giovanni di Giscala! era Giovanni Battista! Io voglio dire che forse era ( Giovanni il Batterista ).
Invece di scervellarsi a ricercare tenendo la lente di ingrandimento in fronte per vedere a chi
ha il cervello più grande. Non sarebbe meglio mettere la lente al posto giusto, cioè davanti agli occhi e andare a vedere se nei rotoli di Qumran si trova scritto ( GESU' CRISTO. )Il resto sono tutte favole anche bruttine.

21/02/2008 18:30 - Gerico ha scritto:

Leggendo in tanti siti sul Gesù Cristiano. Tanti fanno delle supposizioni, alcuni dicono era tizio, chi dice era Caio.Era Giovanni di Gamala! era Giovanni di Giscala! era Giovanni Battista! Io voglio dire che forse era ( Giovanni il Batterista ).
Invece di scervellarsi a ricercare tenendo la lente di ingrandimento in fronte per vedere a chi
ha il cervello più grande. Non sarebbe meglio mettere la lente al posto giusto, cioè davanti agli occhi e andare a vedere se nei rotoli di Qumran si trova scritto ( GESU' CRISTO. )Il resto sono tutte favole anche bruttine.

21/02/2008 18:29 - Gerico ha scritto:

Leggendo in tanti siti sul Gesù Cristiano. Tanti fanno delle supposizioni, alcuni dicono era tizio, chi dice era Caio.Era Giovanni di Gamala! era Giovanni di Giscala! era Giovanni Battista! Io voglio dire che forse era ( Giovanni il Batterista ).
Invece di scervellarsi a ricercare tenendo la lente di ingrandimento in fronte per vedere a chi
ha il cervello più grande. Non sarebbe meglio mettere la lente al posto giusto, cioè davanti agli occhi e andare a vedere se nei rotoli di Qumran si trova scritto ( GESU' CRISTO. )Il resto sono tutte favole anche bruttine.

24/11/2006 22:53 - Thot ha scritto:

Che cosa pensa degli studi del Dottor Cogliandro? Forse i Messia erano due.

Saluti.
http://digilander.libero.it/maximusmagnus/Gnosi/religioni.htm


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