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Religione e dialogo

di Gianfranco Candiani

(ex procuratore della Repubblica)

 

La ragione umana fino dalla sua nascita, qualche millennio fa, per non essere paralizzata dall’angoscia dell’ignoto e della morte ha aperto l’ombrello delle religioni sotto al quale la casualità che fa tanta paura viene forzata in un disegno divino: se tutto è riconducibile a una causa superiore allora tutto, anche il peggiore dei mali, ha senso nella prospettiva di una salvezza eterna. La causa divina, che mette riparo all’imprevedibile, va servita con preghiere e azioni, come  merita la posta in gioco, e l’uso politico della religione è il mezzo più efficace e diretto per piegare la storia a un destino oltre il mondo. Dio, se esiste, non può che essere unico ma la sua unicità  è concetto che  in realtà divide, essendo ogni religione monoteista  avversaria dell’altra  per i diversi sbarramenti dogmatici eretti a difesa delle rispettive verità sui connotati del divino: inimmaginabile per gli uni, a somiglianza nostra per gli altri. Quando la teologia domina  o condiziona la politica  è  naturale e inevitabile il ricorso alle armi. E’ quanto è avvenuto nel corso della storia e sta  avvenendo ora: Dio è sulle prime pagine dei giornali, trasformati in bollettini di guerra santa.  Incredibile: nel XXI secolo è la teologia che guida le sorti del mondo terreno!

 Ma la ragione umana ha inventato anche, con fatica e mille riserve, la tolleranza, che permette a certe condizioni la convivenza con i diversi. Se le religioni dividono la tolleranza opera da forza di interposizione, nel rispetto delle diversità: le contrapposizioni permangono ma la sopportazione civile ne stempera i furori.  Proponendosi di imbracare nel metodo del confronto disarmato la natura invasiva  di ogni dottrina totalitaria, la tolleranza  è virtù essenzialmente laica: anche il credente più aperto, che la conosce e la apprezza, non la può praticare fino in fondo dovendosi arrendere davanti al muro dell’infallibilità che corona tutte le chiese. L’invocato “dialogo tra religioni” di cui ora tanto si parla è dunque destinato a  risolversi, se mai viene avviato, in un confronto  tra opposti dogmatismi, con il solo effetto di  esaltare ad uso interno  la verità unica ed esclusiva che promette salvezza: per essere produttivo di reale tolleranza manca dell’ingrediente della laicità, che consiste nella costante consapevolezza che le ragioni umane sono tutte fallibili  anche quando trattano di  cose religiose. Ma non sarà mai che il portatore di valori assoluti e irriducibili  riconosca che la propria  è una cultura tre le altre, e men che meno sarà disposto a riconoscerlo un interlocutore che, pure al netto delle manifestazioni più fanatiche, vieta espressamente il libero pensiero e criminalizza la conversione ad altre religioni.

 Anche il laico naturalmente  coglie tutti i pericoli per la stabilità del proprio modo di essere e ragionare, che però non propone come modello universale che tutti devono adottare se vogliono progredire: dalle teocrazie in vario modo aggressive vorrebbe  difendersi non  con una crociata ideologica ma esportandovi quel senso del relativo – ogni verità è tale in determinati tempi e luoghi - che è il connotato più saliente del pensiero libero e che funge da anticorpo di ogni  fondamentalismo.  Proposito peraltro poco realistico, anzitutto per gli ostacoli interni frapposti dalle centrali religiose che censurano il relativismo, di cui danno una nozione  morale distorta,  indicandolo come il peggior male della modernità.  Esse credono doveroso difendere con forza e tendenzialmente imporre, senza cedimenti agli idoli della laicità, i valori assoluti ed eterni che sono l’unico viatico alla salvezza. E là dove lo stato laico è addirittura assente e la teocrazia domina la legge e le anime, e le masse dei fedeli non  hanno voce politica e subiscono  senza sdegno collettivo orrende crudeltà fisiche e mentali, l’ostacolo eretto dalla religione all’uso critico del pensiero umano appare insuperabile.

Posizione difficile quella del laico: dovere senza il conforto di certezze supreme attribuire pari dignità ad altri mondi che non ama e nel contempo avvertire l’impenetrabilità dentro la cittadella delle religioni istituzionalizzate della sola virtù capace di disarmare gli spiriti bellicosi, la tolleranza; e con il pericolo di cadere nel fondamentalismo opposto, quello della chiesa degli atei.

Articolo inviato Lodovico Mazzero il giorno 09/10/2006 alle ore 22:31


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